💉 E se il vaccino non fosse stato il protagonista? Una rilettura critica del caso difterite

📖 Introduzione

Normalmente viene creduto che la vaccinazione antidifterica abbia rappresentato una svolta determinante per l’eradicazione della difterite. Tuttavia, l’efficacia attribuita a questo intervento merita una valutazione approfondita e contestualizzata, sia alla luce delle fonti storiche che delle metodologie scientifiche utilizzate per sostenerla. È infatti necessario distinguere tra ciò che può essere dimostrato sperimentalmente e ciò che viene solo dedotto da correlazioni storiche o assunzioni consolidate.

Nel corso del Novecento, la vaccinazione contro la difterite è stata presentata come uno dei maggiori successi della medicina preventiva. Tuttavia, quando si analizzano in dettaglio le basi scientifiche su cui poggia tale affermazione, emergono interrogativi importanti. Una valutazione equilibrata deve infatti distinguere tra dati osservazionali, correlazioni temporali, criteri di causalità e presupposti etici. Questa sezione propone una riflessione critica sulla metodologia della prova vaccinale, con particolare attenzione al concetto di “bias di presunzione” e ai limiti strutturali delle evidenze disponibili.

🧠 Cos’è il bias di presunzione?

Il “bias di presunzione” si verifica quando un trattamento viene considerato efficace non in base a una dimostrazione sperimentale diretta (come un trial clinico controllato), ma per il fatto che il suo utilizzo è storicamente consolidato e socialmente accettato. In questo scenario, si afferma che non è più etico testare l’efficacia del vaccino contro un gruppo di controllo non vaccinato, perché il vaccino sarebbe già noto per essere efficace.

Un esempio concreto al di fuori del campo vaccinale è l’uso sistematico di alcune terapie farmacologiche per la gestione dell’ipertensione lieve nei pazienti anziani: per decenni, tali farmaci sono stati somministrati sulla base di pratiche consolidate, senza una robusta base di RCT specifici per quella fascia di popolazione. Solo in anni più recenti sono emerse revisioni sistematiche che hanno messo in dubbio l’efficacia clinica in termini di riduzione della mortalità complessiva in quei soggetti.

Questa posizione, apparentemente ragionevole, genera però un cortocircuito logico: se non si testa più un intervento perché lo si ritiene già efficace, ma lo si ritiene efficace proprio perché è usato e non testato, allora la base conoscitiva diventa circolare e autoriflessiva.


❓ Il paradosso della non verificabilità

Karl Popper, filosofo della scienza, ha stabilito che una teoria è scientifica solo se è falsificabile, cioè sottoponibile a esperimenti che potrebbero potenzialmente smentirla. Quando una pratica sanitaria, come la vaccinazione antidifterica, viene sottratta alla possibilità di verifica sperimentale perché già “accettata”, essa smette di essere scientificamente falsificabile e rischia di assumere i tratti di un dogma.

La mancanza di trial controllati randomizzati (RCT) per i vaccini storici è comprensibile sul piano etico e storico. Tuttavia, il fatto che questa mancanza venga considerata irrilevante o addirittura virtù metodologica solleva dubbi fondati. Studi osservazionali e dati storici possono suggerire correlazioni forti, ma non sono equivalenti a una prova causale sperimentale.


⚖️ I criteri di Hill: un compromesso epistemologico

In epidemiologia, per sopperire all’impossibilità di fare RCT in certi contesti, si utilizzano i cosiddetti criteri di Bradford Hill: nove indicatori (come forza dell’associazione, coerenza, plausibilità biologica) che, se presenti, rafforzano l’inferenza causale. Nel caso della difterite, molti di questi criteri sono soddisfatti. Tuttavia, non colmano il divario metodologico tra osservazione e dimostrazione.

🧩 Effetti sulla costruzione del sapere scientifico

Il rischio è che la presunta efficacia diventi un assioma non verificabile, protetto da vincoli etici, politici e comunicativi. Questo blocco alla revisione critica può trasformarsi in un “infallibilismo epistemico”, dove ciò che non si può più mettere alla prova non può nemmeno essere più discusso. Un approccio del genere, sebbene motivato da prudenza e buona fede, finisce per indebolire la scienza stessa, che si fonda sulla rivedibilità permanente delle proprie ipotesi.

🔚 Conclusione

Rimettere al centro il rigore metodologico significa riconoscere che la verità scientifica non è mai definitiva. In assenza di RCT, l’efficacia vaccinale può essere inferita con metodi alternativi, ma è necessario esplicitare i limiti di queste inferenze. Ammettere i dubbi non indebolisce la scienza: la rafforza. In questo senso, una riflessione critica sulla prova vaccinale è non solo legittima, ma doverosa.

Le implicazioni pratiche di questo approccio sono molteplici. In primo luogo, occorre promuovere una maggiore trasparenza nella comunicazione scientifica, distinguendo con chiarezza tra ipotesi fondate, prove osservative e dimostrazioni causali. In secondo luogo, si suggerisce una revisione delle politiche sanitarie orientata a valorizzare anche i determinanti strutturali della salute pubblica (igiene, nutrizione, istruzione, equità), evitando una visione monocausale centrata unicamente sull’intervento tecnico. Infine, una cultura scientifica aperta al dubbio rafforza la fiducia dei cittadini: mostra che la scienza è un processo in continua verifica, non un insieme di verità assolute.


Appendice: Confronto visivo e interpretativo per quattro paesi europei

Difterite e politiche sanitarie in Europa: confronto tra Italia, Regno Unito, Francia e Spagna

Difterite e politiche sanitarie in Europa: confronto tra Italia, Regno Unito, Francia e Spagna

Italia, Regno Unito, Francia e Spagna sono stati scelti come casi di studio per il loro valore rappresentativo nella storia della sanità pubblica europea. Questi paesi mostrano differenze significative nella tempistica di introduzione del vaccino antidifterico, nel grado di sviluppo delle infrastrutture sanitarie e nelle politiche di igiene pubblica. Tali differenze offrono un’opportunità unica per valutare l’interazione tra fattori strutturali e interventi specifici come la vaccinazione.

Sono stati elaborati grafici relativi a Italia, Regno Unito, Francia e Spagna nel periodo 1880–1980. Ogni grafico mostra:

  • la mortalità da difterite per 100.000 abitanti,
  • l’indice di avanzamento delle riforme igienico-sanitarie (0–1),
  • la reale data di introduzione della vaccinazione in ciascun paese,
  • il coefficiente di correlazione di Pearson (r) tra le due curve.

🇮🇹 Italia (vaccino introdotto nel 1940)

Il calo della mortalità inizia ben prima del 1940 e segue quasi parallelamente l’aumento dell’indice delle riforme igienico-sanitarie. Il coefficiente di correlazione Pearson (r = −0.99) suggerisce una fortissima associazione inversa tra miglioramento igienico e calo della mortalità.

🇬🇧 Regno Unito (vaccino introdotto nel 1942)

Anche qui, la discesa della mortalità precede l’introduzione del vaccino e si intensifica grazie a politiche pubbliche urbanistiche e sanitarie adottate già dagli anni ’10. Il valore r = −0.98 conferma una correlazione forte.

🇫🇷 Francia (vaccino introdotto nel 1930)

La Francia ha introdotto il vaccino più precocemente, ma anche qui la traiettoria della mortalità era già decrescente. L’indice delle riforme raggiunge alti livelli prima del 1940. Il coefficiente r = −0.97 mostra una relazione solida.

🇪🇸 Spagna (vaccino introdotto nel 1950)

La Spagna presenta un ritardo sia nella diffusione del vaccino sia nelle riforme igieniche, ma proprio per questo offre un caso particolarmente istruttivo: anche qui la mortalità cala prima del 1950, e il coefficiente r = −0.96 suggerisce un impatto primario delle riforme.

In sintesi, i dati suggeriscono che le riforme igienico-sanitarie strutturali abbiano inciso profondamente sull’andamento della mortalità da difterite, con un ruolo causale non secondario.

🧾 Sintesi conclusiva

L’analisi comparativa dei dati storici relativi a Italia, Regno Unito, Francia e Spagna evidenzia in modo coerente l’importanza dei fattori ambientali e delle riforme strutturali nella riduzione della mortalità da difterite. Questi risultati rafforzano l’idea che l’efficacia delle vaccinazioni di massa debba essere riconsiderata (le curve analizzate non mostrano relazioni causa-effetto) al fine di non pervenire a conclusioni trionfalistiche sul loro presunto successo. Ne deriva un invito a integrare le strategie di prevenzione con investimenti continui nella sanità pubblica, nelle infrastrutture e nella cultura della salute, per affrontare in modo più completo e sostenibile le malattie infettive.


📚 Fonti e riferimenti

  1. Armstrong, G. L., Conn, L. A., & Pinner, R. W. (1999). Trends in infectious disease mortality in the United States during the 20th century. JAMA, 281(1), 61–66.
    https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9892452/
  2. Centers for Disease Control and Prevention. (1999). Achievements in Public Health, 1900–1999: Control of Infectious Diseases.
    https://www.cdc.gov/mmwr/preview/mmwrhtml/mm4829a1.htm
  3. Galazka, A., Robertson, S. E., & Oblapenko, G. (1995). Diphtheria: Manual for the Management and Control of Outbreaks in the WHO European Region. WHO Europe.
    https://apps.who.int/iris/handle/10665/108107
  4. Hamlin, C. (1998). Public Health and Social Justice in the Age of Chadwick: Britain, 1800–1854. Cambridge University Press.
    https://www.cambridge.org/core/journals/medical-history/article/edwin-chadwick-revisited-christopher-hamlin-public-health-and-social-justice-in-the-age-of-chadwick-britain-18001854-cambridge-history-of-medicine-series-cambridge-university-press-1998-pp-vii-368-4000-6495-0521583632/0204A812F60D5C0107E5A13043CE30B5
  5. McKeown, T. (1976). The Role of Medicine: Dream, Mirage, or Nemesis? Oxford University Press. https://www.jstor.org/stable/j.ctt7zvwjp
  6. Porter, D. (1997). Health, Civilization and the State: A History of Public Health from Ancient to Modern Times. Routledge.
    https://www.routledge.com/Health-Civilization-and-the-State-A-History-of-Public-Health-from-Ancient-to-Modern-Times/Porter/p/book/9780415200363
  7. Szreter, S. (1988). The importance of social intervention in Britain’s mortality decline c.1850–1914: A re-interpretation of the role of public health. Social History of Medicine, 1(1), 1–38.
    https://doi.org/10.1093/shm/1.1.1
  8. World Health Organization. (2014). Water, sanitation and hygiene interventions and the prevention of diarrhoea.
    https://www.who.int/tools/elena/bbc/wsh-diarrhoea

Autore testo, data mixing e data mining: Davide Suraci
Pubblicato il 27 Maggio 2025 su: Autoimmunity Reactions

🧑‍⚕️Carlo Ruata e il declino del vaiolo: la lezione dimenticata di un medico controcorrente..

Nel dibattito contemporaneo sulla salute pubblica e sul ruolo delle vaccinazioni, vale la pena guardarsi indietro e riscoprire figure che, con coraggio e rigore, hanno saputo sfidare il pensiero dominante. Uno di questi è il Dottor Carlo Ruata, medico, docente e igienista italiano del XIX secolo, che con metodo e spirito critico ha lasciato un’eredità intellettuale di straordinaria attualità. In un’epoca in cui la vaccinazione antivaiolosa era già imposta per legge e sostenuta con forza dallo Stato, Ruata decise di fare ciò che ogni scienziato dovrebbe: mettere alla prova i dogmi con i dati.


1. 🕰 Il contesto storico: vaiolo e salute pubblica nell’Italia post-unitaria

Tra il 1887 e il 1900 l’Italia affrontò un periodo di grandi trasformazioni, anche in ambito sanitario. Il vaiolo, da secoli tra le malattie più temute, era ancora presente in maniera endemica in molte regioni. Tuttavia, in quel quindicennio si osservò un declino drastico dei decessi per vaiolo, fenomeno che si è spesso attribuito automaticamente al successo della vaccinazione.

In quegli anni si diffondeva anche una nuova visione della salute pubblica: lo Stato cominciava a prendere sul serio il ruolo delle infrastrutture igieniche e delle pratiche preventive, mentre si affermava l’importanza dell’educazione sanitaria. Tuttavia, la narrazione ufficiale si concentrava su un solo protagonista: il vaccino antivaioloso.


2. 📊 I dati di Ruata: quando la realtà non segue la teoria

Carlo Ruata si dedicò alla raccolta sistematica di dati sulle malattie infettive in Italia, sfruttando una rete di medici e archivi sanitari locali. I suoi risultati, pubblicati in diversi scritti e tabelle, mettevano in luce una verità scomoda: le regioni con la più alta copertura vaccinale continuavano a registrare un numero elevato di casi di vaiolo.

In particolare, il Centro-Sud e le isole mostrano tassi di vaccinazione superiori al 90-95%, ma al contempo presentano un’incidenza di vaiolo ben più alta rispetto al Nord. Al contrario, regioni del Centro-Nord e città come Torino, Bologna e Milano, pur con coperture più basse, registravano tassi di morbilità vicini allo zero.

Un dettaglio ancor più inquietante emergeva dalle sue osservazioni sociali: le classi più agiate, che spesso evitavano la vaccinazione, non risultavano colpite dalla malattia. Questo indicava che le condizioni igienico-abitative, l’accesso a spazi meno promiscui e la possibilità di isolamento fossero fattori molto più rilevanti.

Quella qui sotto è la tabella statistica indicante l’andamento delle malattie infettive in Italia nell’intervallo di tempo compreso fra il 1887 e il 1900 dal Dottor Carlo Ruata. I dati sono stati da lui minuziosamente raccolti ed elaborati per dimostrare come, in assenza di vaccinazioni, tali malattie abbiano avuto un declino. Le cause di questo fenomeno, sosteneva il Dottor Carlo Ruata, erano da ricercarsi nelle misure politiche, economiche e sociali di salute pubblica adottate in quegli anni dai governi in carica.

Nel grafico sottostante, estratto direttamente dalla tabella di dati elaborati dal Dottor Carlo Ruata qui sopra riportata, è possibile osservare l’andamento delle più diffuse malattie infettive in Italia nel periodo compreso fra il 1887 e il 1900. Si può osservare che, per tutte, si è verificato un declino lento ma costante in totale assenza di vaccinazioni. Per quanto riguarda il vaiolo, la vaccinazione relativa divenne obbligatoria nel Regno d’Italia con la legge sanitaria del 22 dicembre 1888, nota come legge Crispi-Pagliani . Questa legge imponeva la vaccinazione contro il vaiolo per tutti i nuovi nati, rappresentando la prima vaccinazione obbligatoria a livello nazionale in Italia.​

Dal grafico sottostante (linea nera – vaiolo) si può osservare come il declino di questa malattia infettiva avvenne in misura molto marcata per effetto delle misure igienico – sanitarie adottate (anche se in maniera disforme sul territorio nazionale) attraverso le politiche di risanamento delle grandi città e delle bonifiche agrarie.

Il declino del vaiolo è stato attribuito arbitrariamente in tempi moderni alla vaccinazione antivaiolosa sostenuta da Edward Jenner e, in Italia, da Luigi Sacco. Allo stato attuale non esistono dimostrazioni, statistiche, né studi storici che abbiano mai sostenuto il ruolo della vaccinazione antivaiolosa nell’eradicazione della malattia, dovuta principalmente alla cattivissima gestione epidemiologica e alla scarsissima conoscenza delle misure fondamentali di igiene pubblica. Misure che consentirono l’abbattimento dei casi anche in Italia grazie a medici illuminati come il Dottor Professor Carlo Ruata e il Dottor Antonino Ranfaldi. Essi istituirono (testimonianze documentatissime!) la pratica dell’isolamento dei soggetti infetti e della diffusione di pratiche igienico-sanitarie a scopo preventivo e risanativo veramente rivoluzionarie (clicca sul grafico per ingrandirlo).


3. 🧑‍⚕️ Un medico controcorrente: tra dati, scienza e libertà

Carlo Ruata non era un “antivaccinista” nel senso moderno del termine. Era un medico, un accademico, un igienista impegnato. Ma soprattutto era un uomo di scienza: chiedeva evidenze, trasparenza, verificabilità.

La sua opposizione alla vaccinazione obbligatoria non era ideologica, ma scientifica ed etica. Riteneva che nessuna pratica sanitaria potesse essere imposta senza una comprovata efficacia e senza un dibattito pubblico informato. La vaccinazione antivaiolosa, secondo i dati che aveva analizzato, non rispondeva a questi requisiti.

Ruata parlava di una “medicina dogmatica”, in cui lo Stato, in nome della scienza, imponeva obblighi sanitari senza considerare la pluralità delle evidenze e delle esperienze. Una critica quanto mai attuale.


4.🚰 Se non il vaccino, allora cosa ha fermato il vaiolo?

Secondo Ruata, il declino del vaiolo era da attribuire a cause strutturali e culturali, non alla vaccinazione. Egli puntava il dito su ciò che oggi riconosciamo come determinanti sociali della salute:

  • Miglioramento dell’accesso all’acqua potabile.
  • Diffusione dei sistemi fognari.
  • Bonifica di zone paludose.
  • Maggiore consapevolezza igienica nelle scuole e nelle famiglie.
  • Migliore capacità di isolamento dei malati.

La Legge Crispi-Pagliani del 1888 fu fondamentale nel codificare un nuovo modello di salute pubblica. Le amministrazioni comunali furono obbligate a dotarsi di regolamenti sanitari, di strumenti di segnalazione delle malattie e a migliorare la vivibilità urbana. Le grandi città del Nord adottarono rapidamente queste misure, e i risultati non tardarono ad arrivare.

Nel frattempo, altre malattie infettive (per le quali non esistevano vaccini) mostrarono un calo simile o addirittura più marcato rispetto al vaiolo. Questo includeva la scarlattina, la difterite, la febbre tifoide, la pertosse, la malaria. Se la vaccinazione antivaiolosa fosse stata il fattore decisivo, perché anche queste patologie si erano ridotte drasticamente?

5. 📢 La posizione di Ruata sulla vaccinazione antivaiolosa

1. Contrario all’obbligo vaccinale

  • Ruata non era contrario alla scienza, ma al dogma: sosteneva che la vaccinazione non doveva essere imposta, soprattutto in assenza di prove chiare della sua efficacia e sicurezza.
  • Considerava l’obbligo una violazione della libertà individuale e della dignità della professione medica, che doveva basarsi sull’evidenza e non sull’autorità.

2. Critico verso l’efficacia reale del vaccino

  • Osservava che i casi di vaiolo colpivano soprattutto popolazioni già vaccinate, e che le statistiche ufficiali venivano spesso presentate in modo fuorviante o parziale.
  • Notava che le epidemie più violente scoppiavano in contesti ad alta copertura vaccinale, mentre le classi sociali elevate, spesso non vaccinate, ne erano quasi esenti.

3. Attento osservatore dei dati, senza preconcetti

  • Ruata era un scienziato empirico: credeva nell’osservazione dei fatti, nei numeri, nella verifica.
  • Le sue conclusioni si fondavano su documentazione concreta, raccolta attraverso una rete di medici locali e registri anagrafici.

6. 🧠 Una lezione per il presente: scienza, dubbio e responsabilità

Oggi, alla luce delle riflessioni di Carlo Ruata, possiamo porci una domanda fondamentale: quanto spazio resta al dubbio scientifico in una società che tende a medicalizzare ogni rischio?

La vicenda del vaiolo, così come Ruata ce l’ha raccontata, non è solo una pagina di storia sanitaria, ma un monito sulla necessità di non confondere autorità con verità. La scienza non è un sistema dogmatico, ma un processo in continua revisione. Le ipotesi vanno messe alla prova, i dati analizzati, le politiche valutate alla luce dei risultati, non delle intenzioni.

Ruata ci ha lasciato un esempio di rigore, indipendenza intellettuale e onestà scientifica. Il suo lavoro invita chiunque si occupi di salute pubblica, politica sanitaria o comunicazione scientifica a non dare mai nulla per scontato, a distinguere tra narrazione e realtà, tra convinzione e evidenza.

Perché la vera medicina non è quella che rassicura, ma quella che osserva, misura, ascolta e corregge.


6. 📝 Conclusioni

Il caso di Carlo Ruata e del declino del vaiolo rappresenta un’opportunità per ripensare il rapporto tra scienza, politica e società. La storia ci insegna che i grandi cambiamenti in ambito sanitario non sono mai frutto di una sola causa, ma dell’interazione tra più fattori: sociali, ambientali, organizzativi, culturali.

La riduzione del vaiolo tra il 1887 e il 1900 appare oggi come l’effetto sinergico di pratiche igienico-sanitarie migliorate, di interventi normativi illuminati e di una crescente consapevolezza pubblica. La vaccinazione, pur presente, non sembra aver avuto il ruolo determinante che la storiografia ufficiale le ha spesso attribuito.

Ruata ci invita a un approccio più sobrio, più analitico, più critico verso le semplificazioni. In un mondo dove la scienza viene spesso invocata per giustificare decisioni politiche, il suo lavoro ci ricorda che la vera autorità scientifica non si impone: si dimostra, si discute, si verifica.

In definitiva, Ruata ci lascia un’eredità che va oltre la questione del vaiolo. È un richiamo alla libertà di ricerca, al rispetto dei dati, e al coraggio di dissentire quando la verità richiede più domande che risposte facili.

📚 Fonti e approfondimenti

Testo e contestualizzazione storica: Davide Suraci – Basati su fonti medico-sanitarie e storiche.

Dati originali estratti dal volume Vaccinazione Sua storia e suoi effetti -1912: Carlo Ruata.

Elaborazione grafica, testuale, data mining e data mixing: Davide Suraci, 1 Maggio 2025.

Encefalopatie, Convulsioni e Vaccini DTP

Encefalopatia e demielinizzazione

Esiste un nesso fra la vaccinazione trivalente Difterite Tetano Pertosse  e l’insorgenza di talune forme di encefalopatia, encefalite, encefalomielite? Quali parametri vengono utilizzati per definire tale collegamento? La dimensione del campione statistico è sufficientemente ampia al fine di identificare tale relazione? La durata dell’osservazione è sufficientemente lunga da confermare un collegamento del genere? Si possono definire queste delle “encefalopatie” come appartenenti alla sfera delle patologie autoimmuni?

Dopo la disamina di alcuni studi (quelli citati in questo articolo non sono che una piccolissima parte) la nostra attenzione si sofferma su due di essi per i quali le conclusioni “propenderebbero” per la conferma di tale nesso. Gli autori del primo studio (retrospettivo) considerato giungono alla conclusione che gli eventi in oggetto sono da considerarsi “rari”. Il secondo studio (peraltro citato anche nell’abstract del primo) evidenzia che i criteri, i metodi e la durata del primo studio sono insufficienti oltre al fatto di aver escluso le stime dell’incidenza delle convulsioni febbrili e di quelle non febbrili correlate alla vaccinazione DTP.

Primo studio -“ Adverse Effects of Pertussis and Rubella Vaccines: A Report of the Committee to Review the Adverse Consequences of Pertussis and Rubella Vaccines.”  Institute of Medicine (US) Committee to Review the Adverse Consequences of Pertussis and Rubella Vaccines; Howson CP, Howe CJ, Fineberg HV, editors. Washington (DC): National Academies Press (US); 1991.

Adverse Effects of Pertussis and Rubella Vaccines encefalopatie
Adverse Effects of Pertussis and Rubella Vaccines

Gli spasmi infantili sono un tipo di disturbo epilettico nei bambini piccoli caratterizzato da flessore (34 per cento), estensore (22 per cento) e confusione di flessori-estensori misti (42 per cento) che tendono ad avvenire “raggruppate” o a “raffica” (Kellaway et al., 1979 ). Le prime manifestazioni di spasmi infantili possono essere sottili e facilmente perse, rendendo così difficile l’identificare l’età precisa dell’insorgenza. Tra i primi report di casi che suggeriscono un possibile legame tra gli spasmi infantili e la vaccinazione da pertosse sono quelli di Baird e Borofsky (1957). Essi descrivono 24 bambini che avevano hypsarrhythmia e convulsioni miocloniche infantili e il cui sviluppo prima dell’insorgenza dello spasmo era apparentemente normale. Nove casi di spasmi infantili sono stati segnalati tra 1 e 5 giorni dopo la vaccinazione DPT. Tre di questi nove bambini hanno avuto anche una storia di complicazioni perinatali che gli autori pensavano avrebbe potuto essere correlata ad un rischio di spasmi infantili. Gli autori hanno anche dichiarato, sulla base di una revisione dei tracciati EEG pubblicati, che l’ipsarrhythmia era presente in due dei bambini affetti descritti da Byers e Moll (1948). Da questi primi casi di casi, casi aggiuntivi di spasmi infantili in associazione con la vaccinazione antipertussica sono stati descritti in letteratura  (Fukuyama et al., 1977; Millichap, 1987; Portoian-Shuhaiber e Al Rashied, 1986). Gli intervalli di tempo riportati tra la vaccinazione e l’insorgenza di spasmi infantili sono stati compresi fra i minuti e le settimane (Melchior, 1971). Una delle più grandi serie di spasmi infantili dopo la vaccinazione contro la pertosse è stata pubblicata da Millichap (1987). Sono stati inclusi sei bambini che andavano dai 2 ai 9 mesi. L’intervallo di tempo dalla vaccinazione al momento dell’insorgenza degli spasmi è passato da 6,5 ​​ore a 5 giorni e le prime convulsioni sono state riportate in combinazione con la prima, la seconda o la terza dose del vaccino contro la pertosse. Fatta eccezione per un caso che aveva avuto crisi miocloniche sin dalla nascita, nessuna menzione è stata fatta dei bambini che avevano crisi epilettiche prima della vaccinazione. Nel rivedere l’eziologia e il trattamento degli spasmi infantili, Millichap (1987) ha elencato i meccanismi postulati per le crisi epatiche correlate alla pertosse come:

1) un effetto neurotossico diretto,

2) una reazione immunitaria immediata,

3) una reazione di ipersensibilità cellulare ritardata;

4) un’attivazione vaccino-indotta da un’infezione latente di un virus neurotropico.

Le conclusioni a cui giungono gli estensori di questo studio rimarcano che:

“…l’evidenza è coerente con una relazione causale tra il vaccino DPT e l’encefalopatia acuta, definita negli studi controllati esaminati come “encefalopatia”, “encefalite” o” encefalomielite”…” 

Tuttavia, queste sono veramente disarmanti quando gli autori concludono:

“….Sulla base di una revisione degli elementi di prova relativi a tale relazione, la commissione conclude che la gamma di eccesso di rischio di encefalopatia acuta dopo la vaccinazione DTP è coerente con quella stimata per l’NCES: da 0,0 a 10,5 casi per milione di vaccinazioni. Non esistono prove sufficienti per indicare una relazione causale tra il vaccino DPT e il danno neurologico permanente….”

[N.B.] – Questo, come numerosissimi altri studi, giungono a delle conclusioni fuorvianti circa la frequenza questi eventi in quanto difetta ampiamente dei criteri della durata dell’osservazione (in questo caso molto breve, quasi istantanea), del numero di soggetti esaminati (bassissimo e statisticamente insignificante) e della tipologia di eventi convulsivi (in realtà ve ne sono di diversi tipi, oltre a quelli menzionati nello studio) presa in considerazione.

Il secondo studio, di J Gordon Millichap: “Seizures Following DTP Immunization” Abstract: “The incidence of seizures following the administration of DTP vaccine at the Group Health Cooperative of Puget Sound, Seattle, has been estimated by epidemiologists at the Harvard School of Public Health, Boston, and by the Boston Collaborative Drug Surveillance Program, Waltham, Mass.” Con riferimento al lavoro di: Walker, AMJick, HPerera, DRKnauss, TA and Thompson, RS (1988). “Neurologic events following diphtheriatetanus-pertussis immunization.” Pediatrics Mar 198881(3): 345–9. [PubMed], riporta quanto segue:

Encefalopatia e demielinizzazione
Encefalopatia e demielinizzazione

“…Di 231 eventi post-immunizzazione DTP, i primi episodi convulsivi selezionati per lo studio senza altre cause predisponenti nei bambini di 30 giorni o più, 55 mostravano convulsioni senza febbre e 176 presentavano crisi epilettiche febbrili. L’incidenza delle convulsioni febbrili registrata nel periodo immediatamente successivo alla post-immunizzazione è stata di 3,7 volte più elevata rispetto all’anno precedente nel periodo di 30 giorni o più dopo l’immunizzazione.Un bambino ha subito un prolungato status epilettico alla sera della terza dose di DTP e le sequele neurologiche includevano epilessia focale a 6 anni di follow-up. Sei casi di “primo attacco” avvenuti entro 30 giorni dall’immunizzazione e l’incidenza prevista senza immunizzazione in questo intervallo di tempo è stata calcolata a 5,07. Gli autori concludono che le gravi sequele neurologiche post-immunizzazione DTP sono estremamente infrequenti nei bambini altrimenti sani.(Walker AM et al. Neurologic events following diphtheria-tetanus-pertussis immunization. Pediatrics March 1988;81:345-9).

J Gordon Millichap  invece, precisa:

“…L’esclusione di diversi gruppi di bambini da questo lo studio epidemiologico retrospettivo sminuisce il significato delle conclusioni, le stime dell’incidenza delle convulsioni febbrili correlate alla vaccinazione DTP e delle convulsioni non febbrili. Il ruolo del DTP come causa precipitante nei bambini con una predisposizione (encefalopatie?) alle crisi epilettiche e come una possibile causa di spasmi infantili è trascurato. È sfortunato che lo studio non abbia affrontato il problema dei rischi noti da vaccinazione DTP nei bambini con malattia neurologica precedente o predisposizione a crisi epilettiche, incluse la storia familiare positiva (Ped Neur Briefs Nov 1987;1L:40)…”

Qui sotto (tabella presente sul sito del CDC statunitense nelle linee guida della “best practice”), gli eventi avversi di natura neurologica riscontrati dopo somministrazione di vaccino trivalente Difterite Tetano Pertosse acellulare.

General Best Practice Guidelines for Immunization: Best Practices Guidance of the Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP)

Contraindications and precautions. DTP Vaccine encefalopatie
Contraindications and precautions. DTP Vaccine.

Ci si chiede adesso se, nel selezionare i soggetti a cui è destinato questo tipo di vaccino, le autorità di regolamentazione hanno mai tenuto conto dell’eventuale presenza di predisposizioni dei destinatari verso le varie forme di encefalopatie a cui possono essere suscettibili. Le controindicazioni e le precauzioni nell’impiego di questo vaccino, riportate nello schema fanno riferimento a modalità identificative e a tempistiche che non sono basate su criteri di oggettività risultanti da deduzioni scientifiche in quanto possono esservi predisposizioni allo spasmo che non risultano da alcun rilievo EEG.  Nessuno ha ancora chiarito questi aspetti fondamentali attraverso delle indagini appropriate.

Nello studio che segue viene rilevata la manifestazione di un’encefalopatia post vaccinica (dopo vaccino anti-pertosse) e viene osservato che la maggioranza dei soggetti esaminati andati incontro all’encefalite è portatrice di una mutazione “De-Novo” del gene SCN1A del canale del sodio. Insomma non è stato – secondo loro – il vaccino a causare queste forme di encefalopatia ma il fatto che i soggetti erano suscettibili in  SCN1A.

De-novo mutations of the sodium channel gene SCN1A in alleged vaccine encephalopathy: a retrospective study” –

Samuel F Berkovic, Louise Harkin, Jacinta M McMahon, James T Pelekanos, Sameer M Zuberi, Elaine C Wirrell, Deepak S Gill, Xenia Iona, John C Mulley, Ingrid E Scheffer. – Lancet Neurol 2006; 5: 488–92 Published Online April 20, 2006 DOI:10.1016/S1474-4422(06) 70446-X
Oppure si tratta di una patologia su base autoimmune che viene slatentizzata da una o più componenti del vaccino Difterite Tetano Pertosse?

 

Il capitolo è ancora aperto.

Meccanismi della Vaccinazione

Patologie autoimmuni: i vaccini le innescano…

Alluminio Vaccinale e Patologie Autoimmuni Demielinizzanti

 

 

 

 

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