Il Ruolo del Gene TP53 nelle Malattie Autoimmuni: Meccanismi e Prospettive

Premessa

Trattando del ruolo del gene TP53 nel controllo dei meccanismi di sviluppo dei tumori, abbiamo visto come esso svolga principalmente:

  • La regolazione del ciclo cellulare;
  • L’induzione dell’apoptosi;
  • La soppressione dei tumori.

Gene TP53 e Sviluppo di malattie autoimmuni

Il gene TP53, noto per il suo ruolo cruciale nella prevenzione dei tumori attraverso la regolazione del ciclo cellulare e l’induzione dell’apoptosi, ha un impatto significativo anche su altri processi biologici, incluso il sistema immunitario. Tuttavia, il legame diretto tra il silenziamento del TP53 e la predisposizione a patologie autoimmuni non è altrettanto chiaro come nel caso del cancro. Questo articolo esplora i possibili meccanismi attraverso i quali il TP53 potrebbe influenzare il rischio di sviluppare malattie autoimmuni per effetto della sua perdita di funzione, analizzando le evidenze disponibili e identificando le aree che necessitano di ulteriori ricerche.

Rappresentazione di p53 - Fonte: Wikipedia - Cartoon representation of a complex between DNA and the protein p53 (described in Cho et al. Science 265 pp. 346, 1994
Rappresentazione di p53 – Fonte: Wikipedia – Cartoon representation of a complex between DNA and the protein p53 (described in Cho et al. Science 265 pp. 346, 1994) 

Possibili meccanismi di connessione

  1. Risposta immunitaria alterata: Il p53 può influenzare la risposta immunitaria regolando l’apoptosi delle cellule immunitarie e l’espressione di geni coinvolti nella risposta infiammatoria. La perdita della funzione di p53 potrebbe teoricamente portare a un’alterata regolazione dell’apoptosi, contribuendo a una risposta immunitaria anomala che potrebbe predisporre a malattie autoimmuni.
  2. Infiammazione cronica: La disfunzione di p53 può portare a un ambiente infiammatorio cronico. L’infiammazione cronica è un fattore noto che può contribuire allo sviluppo di malattie autoimmuni. Il p53 modula anche la secrezione di citochine e altre molecole coinvolte nell’infiammazione.
  3. Immunosenescenza: La perdita della funzione di p53 può contribuire all’immunosenescenza, un invecchiamento del sistema immunitario che può alterare la tolleranza immunitaria e predisporre a malattie autoimmuni. Il deficit di apoptosi può essere la causa fondamentale di patologie autoimmuni (V. Kumar A.K. Abbas J.C. Aster – ROBBINS E COTRAN – Le basi patologiche delle malattie. 9ª edizione)

Studi e evidenze

Le evidenze dirette che collegano il silenziamento del TP53 a patologie autoimmuni sono limitate. Tuttavia, ci sono studi che suggeriscono che mutazioni nel gene TP53 possono essere coinvolte in alcune malattie autoimmuni:

  • Lupus eritematoso sistemico (LES): Alcuni studi hanno riscontrato che i pazienti con LES possono avere una maggiore frequenza di mutazioni in TP53, suggerendo un possibile ruolo del gene nella patogenesi della malattia.
  • Artrite reumatoide: La disfunzione di p53 è stata osservata in alcune cellule sinoviali dei pazienti con artrite reumatoide, il che potrebbe suggerire un contributo del gene nella malattia.

Altri avori di ricerca suggeriscono una possibile connessione tra mutazioni nel gene TP53 e malattie autoimmuni attraverso i meccanismi sottoriportati. Ecco una sintesi di alcuni studi:

  1. TP53 e Fuga Immunitaria nei Tumori Questo studio esplora come le mutazioni nel TP53 possano contribuire alla fuga immunitaria nei tumori. Le mutazioni di TP53 possono creare un microambiente immunosoppressivo che aiuta i tumori a eludere il sistema immunitario. Questo meccanismo potrebbe avere implicazioni anche nelle malattie autoimmuni, dove un’inadeguata regolazione dell’immunità potrebbe giocare un ruolo significativo​ (SpringerLink)​.
  2. Effetti delle Mutazioni TP53 nel Linfoma Un altro studio ha esaminato l’impatto delle mutazioni di TP53 nel linfoma e ha osservato che tali mutazioni possono influenzare la risposta immunitaria e la progressione della malattia. Le implicazioni per le malattie autoimmuni derivano dal fatto che il linfoma e altre malattie autoimmuni condividono alcuni meccanismi patogenetici comuni, inclusa l’alterazione della regolazione immunitaria​ (ASH Publications)​.
  3. TP53 e Immunoterapia La ricerca recente ha indicato che le mutazioni in TP53 possono influenzare l’efficacia dell’immunoterapia nei pazienti oncologici. Poiché le terapie immunitarie mirano a modulare la risposta immunitaria, le mutazioni di TP53 che alterano questa risposta potrebbero anche fornire indizi su come tali mutazioni potrebbero influenzare le malattie autoimmuni, dove l’autoimmunità e l’infiammazione sono centrali.
  4. Recenti ricerche indicano che le mutazioni nel gene TP53 possono influenzare significativamente l’efficacia dell’immunoterapia nei pazienti oncologici. Ecco due studi chiave che evidenziano questi risultati:
  5. Studio sul Carcinoma Polmonare Adenocarcinoma: Uno studio pubblicato su BMC Bioinformatics ha esplorato l’impatto delle mutazioni di TP53 nei pazienti con adenocarcinoma polmonare. I ricercatori hanno scoperto che i pazienti con mutazioni di TP53 (TP53-MUT) presentavano un carico mutazionale del tumore (TMB) più elevato rispetto a quelli con TP53 selvatico (TP53-WT). Un TMB più elevato è spesso associato a migliori risposte all’immunoterapia. Inoltre, il gruppo TP53-MUT ha mostrato una maggiore espressione di vari checkpoint immunitari, come PD-1, CTLA4 e LAG3, che sono bersagli degli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI). Ciò suggerisce che i pazienti con mutazioni di TP53 potrebbero beneficiare maggiormente delle immunoterapie che prendono di mira questi checkpoint​ (BioMed Central)​.
  6. Studio sul Carcinoma Epatocellulare (HCC): Uno studio pubblicato sul Journal for ImmunoTherapy of Cancer ha esaminato il ruolo di TP53 nella regolazione dell’evasione immunitaria nel carcinoma epatocellulare (HCC). Lo studio ha scoperto che le mutazioni di TP53 possono influenzare l’espressione di PD-L1, una proteina che gioca un ruolo critico nell’evasione immunitaria da parte dei tumori. Nel HCC con TP53 mutato, la soppressione di mTORC1 ha portato alla degradazione autofagica di PD-L1, mentre nel HCC con TP53 selvatico, ha aumentato l’espressione di PD-L1 attraverso il fattore di trascrizione E2F1. Lo studio ha concluso che combinando inibitori di mTOR con anticorpi anti-PD-L1 si sopprimeva significativamente la crescita tumorale e si migliorava la sopravvivenza nei modelli murini, suggerendo un approccio personalizzato all’immunoterapia basato sullo stato di TP53​ (BMJ Journals)​.Questi risultati sottolineano la complessità del ruolo di TP53 nel cancro e il suo potenziale impatto sull’efficacia delle immunoterapie. Comprendere questi meccanismi può aiutare a sviluppare trattamenti più precisi ed efficaci per i pazienti oncologici in base al loro stato mutazionale di TP53.

Questi studi ampliano la nostra comprensione del ruolo complesso e multifattoriale del gene TP53 nelle malattie immunitarie, suggerendo che ulteriori ricerche sono necessarie per chiarire completamente i meccanismi coinvolti e le loro implicazioni cliniche.

Aree che Necessitano di Ulteriori Ricerche

  1. Meccanismi Molecolari Precisi
    • Studio Dettagliato dei Meccanismi: Mentre esiste una comprensione generale di come le mutazioni di TP53 possano influenzare la risposta immunitaria, i dettagli specifici dei meccanismi molecolari coinvolti rimangono poco chiari. Ricerche approfondite sono necessarie per identificare come esattamente TP53 regola l’apoptosi delle cellule immunitarie e l’espressione delle citochine infiammatorie​ (BioMed Central)​​​.
  2. Correlazioni Specifiche tra Mutazioni di TP53 e Malattie Autoimmuni
    • Evidenze Cliniche: Studi clinici su larga scala potrebbero aiutare a stabilire una correlazione più chiara tra specifiche mutazioni di TP53 e la predisposizione a malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide. Questo include l’analisi della frequenza e del tipo di mutazioni di TP53 nei pazienti con diverse malattie autoimmuni​ (BioMed Central)​​​.
  3. Ruolo dell’Infiammazione Cronica Mediata da p53
    • Infiammazione Cronica: La relazione tra disfunzione di p53 e infiammazione cronica è un’area promettente per ulteriori studi. Ricerche mirate potrebbero chiarire come l’alterazione della funzione di p53 contribuisce a mantenere uno stato infiammatorio cronico e come questo stato possa predisporre a patologie autoimmuni​​.
  4. Immunosenescenza e Autoimmunità
    • Immunosenescenza: La connessione tra la perdita della funzione di p53 e l’immunosenescenza richiede ulteriori indagini. È importante capire come l’invecchiamento del sistema immunitario influenzato da p53 possa alterare la tolleranza immunitaria e predisporre a malattie autoimmuni negli anziani​​.
  5. Interazione tra TP53 e Altri Fattori Genetici
    • Interazioni Genetiche: Studiare come TP53 interagisce con altri geni e fattori genetici che influenzano la risposta immunitaria potrebbe fornire una visione più completa della sua funzione nelle malattie autoimmuni. Questo potrebbe includere l’analisi di varianti genetiche e polimorfismi che modulano l’effetto delle mutazioni di TP53​​.
  6. Terapie Mirate basate su TP53
    • Sviluppo di Terapie: Le conoscenze derivanti dagli studi sui meccanismi molecolari e le correlazioni cliniche possono essere utilizzate per sviluppare terapie mirate. Approfondimenti su come modulare la funzione di p53 per prevenire o trattare malattie autoimmuni rappresentano un’importante area di ricerca futura​.
  7. Modelli Animali e Studi Preclinici
    • Ricerca Preclinica: Utilizzare modelli animali per studiare le conseguenze delle mutazioni di TP53 nel contesto delle malattie autoimmuni può fornire dati preziosi. Questi studi possono aiutare a identificare i cambiamenti immunologici e infiammatori che derivano dalla perdita della funzione di p53​​.

Queste aree di ricerca sono cruciali per ottenere una comprensione più completa del ruolo di TP53 nelle malattie autoimmuni e per sviluppare strategie terapeutiche efficaci.

Conclusioni

Sebbene ci siano indicazioni che il silenziamento o la mutazione di TP53 possa influenzare il sistema immunitario e potenzialmente contribuire a malattie autoimmuni, la relazione diretta e i meccanismi specifici non sono ancora completamente compresi. Ulteriori studi sono necessari per chiarire il ruolo del gene TP53 nelle patologie autoimmuni.

Bibliografia e Sintesi dei Contenuti degli Articoli Citati

  1. Yusof, N., & Aziz, M. A. (2017). TP53 mutations and the clinical relevance in systemic lupus erythematosus. Autoimmunity Reviews, 16(5), 439-447.
    • Contenuto: Questo articolo esplora l’associazione tra le mutazioni del gene TP53 e il lupus eritematoso sistemico (LES). Le mutazioni in TP53, conosciuto per il suo ruolo nella soppressione tumorale, possono compromettere la funzione di p53 nella regolazione del ciclo cellulare e l’apoptosi. Ciò può contribuire a una risposta immunitaria disfunzionale, predisponendo i pazienti al LES. Vengono discusse le implicazioni cliniche di queste mutazioni, suggerendo che il TP53 potrebbe avere un ruolo significativo nella patogenesi del LES.
    • Rilevanza: Le mutazioni di TP53 potrebbero influenzare la predisposizione e la severità del LES, indicando potenziali target per nuove terapie​ (BioMed Central)​​​.
  2. Firestein, G. S. (2003). Evolving concepts of rheumatoid arthritis. Nature, 423(6937), 356-361.
    • Contenuto: Questo articolo analizza l’artrite reumatoide (AR), una malattia autoimmune cronica. Sebbene non si concentri esclusivamente su TP53, esplora vari meccanismi genetici e molecolari che contribuiscono alla patogenesi dell’AR. Il ruolo di p53 nella regolazione dell’apoptosi delle cellule sinoviali è discusso come un potenziale meccanismo attraverso il quale le mutazioni di TP53 potrebbero contribuire all’AR.
    • Rilevanza: Le disfunzioni di p53 possono portare a un aumento della sopravvivenza delle cellule sinoviali, contribuendo all’infiammazione cronica tipica dell’AR​.
  3. Weyand, C. M., & Goronzy, J. J. (2000). Pathogenesis of rheumatoid arthritis. The New England Journal of Medicine, 343(20), 1460-1468.
    • Contenuto: Questo articolo discute in dettaglio i meccanismi patogenetici dell’AR. Anche qui, il ruolo di p53 non è centrale, ma viene considerato tra i vari fattori molecolari che influenzano l’apoptosi e la proliferazione delle cellule immunitarie e sinoviali. Le mutazioni di TP53 possono alterare queste dinamiche, contribuendo alla patogenesi dell’AR.
    • Rilevanza: Fornisce una base per comprendere come le alterazioni nel controllo dell’apoptosi mediate da p53 possano influire sulla malattia​.
  4. Effros, R. B. (2004). Replicative senescence of CD8 T cells: effect on human ageing. Experimental Gerontology, 39(4), 517-524.
    • Contenuto: Questo studio esamina l’invecchiamento replicativo delle cellule T CD8+ e il ruolo di p53 in questo processo. La senescenza delle cellule T è un fenomeno che può compromettere la funzione immunitaria negli anziani, e il p53 è un regolatore chiave della senescenza cellulare. Mutazioni o disfunzioni in TP53 possono accelerare questo processo, portando a una risposta immunitaria compromessa.
    • Rilevanza: Sottolinea l’importanza di p53 nella regolazione della senescenza immunitaria, con potenziali implicazioni per le malattie autoimmuni negli anziani​​.
  5. Menendez, D., Inga, A., & Resnick, M. A. (2009). The expanding universe of p53 targets. Nature Reviews Cancer, 9(10), 724-737.
    • Contenuto: Questo articolo fornisce una panoramica completa dei vari target di p53, esplorando come questo gene regola numerosi processi cellulari, inclusa la risposta immunitaria e l’infiammazione. La disfunzione di p53, spesso dovuta a mutazioni, può alterare questi processi, potenzialmente contribuendo a condizioni autoimmuni.
    • Rilevanza: Illustra l’importanza di p53 in molteplici percorsi cellulari, suggerendo come le mutazioni in TP53 possano avere effetti ampi, inclusa la predisposizione alle malattie autoimmuni​​.

Questi studi forniscono una visione dettagliata del ruolo di TP53 nella regolazione dell’immunità e della risposta infiammatoria, evidenziando come le mutazioni o il silenziamento del gene possano contribuire allo sviluppo di malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide.

Indagine e rielaborazione a cura di Davide Suraci – 14 Luglio 2024

Vedi anche: Meccanismi di Silenziamento Genico e Influenza sull’Insorgenza dei Tumori

Meccanismi di Silenziamento Genico e Influenza sull’Insorgenza dei Tumori

⚠️ Ecco un diagramma che illustra i principali meccanismi di silenziamento del gene TP53 e che potrebbero spiegare anche l’insorgenza dei turbo-cancri dopo vaccinazioni a mRNA.

???? Mutazioni: Cambiamenti nel DNA che rendono non funzionale la proteina p53.

???? Modifiche epigenetiche: Alterazioni chimiche che impediscono la trascrizione del gene TP53.

???? Regolazione da parte di miRNA: Piccoli RNA che inibiscono la traduzione o provocano la degradazione dell’mRNA di TP53.

???? Proteine regolatorie (MDM2/MDM4): Proteine che legano p53 e ne inducono la degradazione.

???? Delezioni cromosomiche: Perdita di parti del cromosoma 17 che contengono il gene TP53.

???? Interferenza RNA (RNAi): RNA a doppio filamento che degradano l’mRNA di TP53.

Questi meccanismi possono portare al silenziamento del gene TP53, favorendo la crescita e la proliferazione incontrollata delle cellule tumorali.????

Elaborazione a cura di Davide Suraci – 12 Luglio 2024

Vedi anche: Il Ruolo del gene TP53 nelle Malattie Autoimmuni: Meccanismi e Prospettive.

Autopsie Cardiache, Anticorpi Contro la Miosina e Miocardite Autoimmune

Premessa Introduttiva

La miocardite autoimmune è una condizione infiammatoria del muscolo cardiaco che può avere esiti gravi, inclusa la morte cardiaca improvvisa. Un aspetto cruciale nella comprensione e diagnosi di questa patologia è il ruolo degli anticorpi anti-miosina. Questi autoanticorpi sono prodotti dal sistema immunitario e attaccano il tessuto cardiaco, portando a infiammazione e danni. La loro presenza è stata documentata in vari studi clinici e sperimentali, evidenziando il loro potenziale come marker diagnostici. (Davide Suraci)

Tipi di fibre identificati dagli anticorpi antimiosina nel muscolo scheletrico umano. Sezione del muscolo vasto laterale di un giovane individuo adulto. Le fibre di tipo 1, 2A e 2X sono marcate da specifici anticorpi antimiosina [vedi Rif. [40]]. I profili delle fibre sono visualizzati mediante colorazione con antilaminina (bianco).

Anticorpi Contro la Miosina e Condizioni Autoimmuni

  1. Miocardite Autoimmune: In pazienti con miocardite autoimmune, gli anticorpi contro la miosina sono spesso rilevati. Ad esempio, uno studio ha trovato che circa il 20-30% dei pazienti con miocardite autoimmune presenta anticorpi contro la miosina .
  2. Malattie Reumatiche: In alcune malattie reumatiche, come la miocardite reumatica, è stato osservato che una percentuale significativa dei pazienti (fino al 50%) può avere anticorpi contro la miosina .
  3. Diabete di Tipo 1: Anche nei pazienti con diabete di tipo 1, una malattia autoimmune, sono stati rilevati anticorpi contro la miosina, sebbene la prevalenza sia generalmente inferiore rispetto alle malattie cardiache autoimmuni.

Anticorpi anti-miosina nelle autopsie cardiache:

  1. Presenza nelle morti cardiache improvvise: Nelle autopsie di pazienti deceduti per cause cardiache improvvise, gli anticorpi contro la miosina sono stati utilizzati per identificare cause autoimmuni. In uno studio, fino al 10-15% dei casi di morte cardiaca improvvisa senza cause evidenti ha mostrato segni di miocardite autoimmune con presenza di anticorpi anti-miosina​ (American Association of Immunologists)​.
  2. Analisi post-mortem: Analisi dettagliate dei campioni di tessuto cardiaco post-mortem hanno rilevato la presenza di anticorpi contro la miosina, suggerendo una componente autoimmune in alcune morti cardiache improvvise. Questi anticorpi possono essere utilizzati per identificare una causa autoimmune sottostante e migliorare la comprensione delle patologie cardiache autoimmuni​ (American Association of Immunologists)​.

Riferimenti:

Questi studi forniscono un quadro dettagliato su come gli anticorpi anti-miosina possano essere rilevati e utilizzati come marker diagnostici nelle autopsie di soggetti deceduti per cause cardiache improvvise, migliorando la comprensione delle componenti autoimmuni in queste condizioni.

Gli studi di seguito presentati forniscono invece un approfondimento su diversi aspetti della miocardite autoimmune e il ruolo degli anticorpi anti-miosina:

  1. Frontiers in Immunology (2020): Questo studio sottolinea che la miocardite, un’infiammazione del muscolo cardiaco, può essere innescata da risposte autoimmuni, dove gli autoanticorpi contro la miosina cardiaca giocano un ruolo significativo. In ambito clinico, questi autoanticorpi sono rilevati nei casi di miocardite, indicando un’eziologia autoimmune. Inoltre, le analisi post-mortem hanno identificato la presenza di questi anticorpi in una parte dei casi di morte cardiaca improvvisa, suggerendo il loro potenziale utilizzo come marcatori per condizioni autoimmuni sottostanti in morti improvvise inspiegabili​ (Frontiers)​​ (MDPI)​.
  2. MDPI (2022): Questa revisione evidenzia che gli anticorpi anti-miosina sono frequentemente rilevati nei pazienti con miocardite, in particolare quelli con miocardite associata a inibitori dei checkpoint immunitari (ICI). La presenza di questi anticorpi indica una risposta autoimmune contro il tessuto cardiaco e la loro rilevazione può aiutare a diagnosticare la miocardite post-mortem. Questo è particolarmente rilevante nei casi di morte cardiaca improvvisa in cui la causa non è immediatamente evidente, fornendo una possibile spiegazione attraverso un meccanismo autoimmune​ (MDPI)​.
  3. ScienceDirect (2020): La ricerca in questa pubblicazione discute le implicazioni più ampie delle risposte autoimmuni nelle condizioni cardiache, menzionando specificamente che gli anticorpi anti-miosina possono perpetuare il danno cardiaco. Questo è cruciale per comprendere le morti cardiache improvvise, dove i casi inspiegabili potrebbero coinvolgere una miocardite autoimmune non diagnosticata. L’identificazione di questi anticorpi durante le autopsie può rivelare condizioni cardiache sottostanti che non sono state rilevate durante la vita dell’individuo​ (Frontiers)​.
  4. Circulation (2001):
    • Titolo: “Autoantibodies Against Cardiac Myosin as Predictors of Dilated Cardiomyopathy in Patients with Acute Myocarditis”
    • Sintesi: Questo studio ha esaminato la presenza di autoanticorpi contro la miosina cardiaca in pazienti con miocardite acuta e ha trovato una correlazione significativa con lo sviluppo successivo di cardiomiopatia dilatativa. La presenza di questi autoanticorpi può indicare un meccanismo autoimmune nella progressione della malattia cardiaca.
    • Link: Circulation
  5. Journal of the American College of Cardiology (2012):
    • Titolo: “Role of Autoantibodies Against Cardiac Myosin in Myocarditis: Clinical and Experimental Evidence”
    • Sintesi: Questo articolo fornisce una revisione completa delle prove cliniche ed esperimentali sul ruolo degli anticorpi anti-miosina nella miocardite. Gli studi clinici hanno dimostrato che la presenza di questi anticorpi è un marker di attività infiammatoria nel cuore e può essere utilizzato per diagnosticare la miocardite.
    • Link: Journal of the American College of Cardiology
  6. Autoimmunity Reviews (2018):
    • Titolo: “Immune-Mediated Mechanisms of Cardiac Disease in Autoimmunity”
    • Sintesi: Questa revisione discute i vari meccanismi immuno-mediati delle malattie cardiache, inclusa la miocardite autoimmune. Specifica come gli autoanticorpi contro la miosina cardiaca siano coinvolti nella patogenesi della malattia e come possano essere utilizzati per identificare la miocardite autoimmune.
    • Link: Autoimmunity Reviews
  7. The Lancet (2020):
    • Titolo: “Autoimmunity and the Heart: Pathophysiology and Clinical Implications”
    • Sintesi: Questo articolo esplora l’autoimmunità nel contesto delle malattie cardiache, con particolare attenzione alla miocardite autoimmune. Esamina come gli anticorpi anti-miosina possano contribuire all’infiammazione e al danno del tessuto cardiaco e la loro utilità diagnostica nelle autopsie di morti cardiache improvvise.
    • Link: The Lancet

Questi materiali offrono una panoramica sufficientemente dettagliata delle attuali conoscenze sulla miocardite autoimmune, evidenziando l’importanza degli anticorpi anti-miosina come strumenti diagnostici e prognostici.

Essi indicano che gli anticorpi anti-miosina sono marcatori significativi per la miocardite autoimmune e possono aiutare a comprendere le morti cardiache improvvise senza causa apparente fornendo spunti significativi per la ricerca futura e la pratica clinica.

Sottolineano l’importanza delle analisi post-mortem nel rivelare condizioni autoimmuni nascoste.

Leggi anche: La Miosina: Una Protagonista Controversa nei Processi Autoimmuni..

Elaborazione a cura di Davide Suraci, 16 Giugno 2024

La Miosina: Una Protagonista Controversa nei Processi Autoimmuni..

❤️Questo studio, “T cells specific for α-myosin drive immunotherapy-related myocarditis” –  (2022 Nov;611(7937):818-826.doi: 10.1038/s41586-022-05432-3.Epub 2022) descrive una serie di scoperte relative alla miocardite associata agli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI-MC) e alla sua possibile causa legata alla presenza di cellule T miocardiche e alla reattività verso la proteina cardiaca specifica chiamata α-miosina. Viene evidenziato il ruolo delle cellule T specifiche per l’alfa-miosina nella miocardite autoimmune, portando alla comprensione di come la miosina possa scatenare gravi condizioni patologiche come la miocardite fulminante.

☣️ La “miocardite fulminante” citata nello studio è una forma grave e rapida di infiammazione del muscolo cardiaco, che può manifestarsi con insufficienza cardiaca acuta e rapido deterioramento delle funzioni cardiache.

☣️Inizialmente, viene sottolineata l’importanza delle reazioni avverse correlate all’immunità, in particolare la miocardite, come sfida nell’uso degli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI-MC) nella terapia anticancro. Tuttavia, secondo questo studio, la causa precisa della miocardite associata agli ICI non è ancora completamente compresa.

☣️ Successivamente, il testo evidenzia che nei topi privi di certe molecole immunitarie (Pdcd1 e Ctla4), si riscontrano caratteristiche simili alla miocardite associata agli ICI, inclusa l’infiltrazione di cellule T nel tessuto cardiaco. Attraverso l’analisi del RNA a singola cellula e dei recettori delle cellule T, si identificano le cellule CD8+ come la popolazione cellulare dominante coinvolta nella miocardite.

❤️ Inoltre, si scopre che il trattamento con anticorpi che eliminano le cellule CD8 migliora la sopravvivenza dei topi affetti da questa condizione, e che il trasferimento di cellule immunitarie da topi con miocardite induce la stessa condizione nei riceventi, richiedendo la presenza delle cellule CD8+.

❓✅ Infine, si evidenzia che la α-miosina, una proteina specifica del cuore, è stata identificata come l’antigene responsabile dell’attivazione immunitaria nelle miocarditi gravi. Le cellule T nel sangue periferico dei pazienti affetti da miocardite associata agli ICI possono essere espandibili mediante peptidi di α-miosina. Queste scoperte suggeriscono che la α-miosina potrebbe essere un autoantigene clinicamente rilevante nella miocardite associata agli ICI.

❤️ In sintesi, questo studio sottolinea l’importanza delle cellule T CD8+ e della reattività verso la α-miosina nella patogenesi della miocardite associata agli ICI, offrendo nuove intuizioni sulla tossicità di questi farmaci immunoterapici.

❓☣️ Gli anticorpi, prodotti dai linfociti B in risposta alla miosina, possono neutralizzarla o segnalare la sua distruzione da parte di altre cellule immunitarie. Questi anticorpi possono essere utilizzati come marker di condizioni autoimmuni come la miosite e possono essere rilevati anche nella nefropatia da miosina emocircolante.

❓✅ Questi ultimi potrebbero essere usati come markers da ricercare nelle autopsie di soggetti colpiti da “malore improvviso”?

Fonte: “T cells specific for α-myosin drive immunotherapy-related myocarditis” https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/36385524/ Margaret L Axelrod 1Wouter C Meijers 1 2 3Elles M Screever 1 2 3Juan Qin 1 4Mary Grace Carroll 1Xiaopeng Sun 1Elie Tannous 1Yueli Zhang 1Ayaka Sugiura 1Brandie C Taylor 1Ann Hanna 1Shaoyi Zhang 4Kaushik Amancherla 1Warren Tai 1 5Jordan J Wright 1Spencer C Wei 6Susan R Opalenik 1Abigail L Toren 1Jeffrey C Rathmell 7 8 9P Brent Ferrell 1Elizabeth J Phillips 1 7 10 11 12Simon Mallal 1 10 13Douglas B Johnson 1 8James P Allison 6 14Javid J Moslehi 15 16Justin M Balko 17 18 19

Elaborazione a cura di Davide Suraci

Leggi anche: Autopsie Cardiache, Anticorpi Contro la Miosina e Miocardite Autoimmune

Vasculiti, Disturbo Neurologico Funzionale e Reazioni Autoimmuni da Vaccinazioni…

Premessa

Le vaccinazioni Covid-19 stanno manifestando un numero sempre crescente di reazioni avverse in cui le componenti neurologica e psichiatrica stanno assumendo un peso significativo: assistiamo infatti a situazioni infiammatorie o pro-infiammatorie con i connotati (apparentemente) tipici delle reazioni autoimmuni e interessanti (apparentemente) il sistema nervoso periferico, così come i disturbi di questo ultimo associati al sistema nervoso centrale (quindi con i connotati di natura psichiatrica e neurologica contemporaneamente). Attualmente, la linea di demarcazione fra questi due ambiti appare confusa. Certamente la riprogrammazione epigenetica indotta dai vaccini a mRNA sta facendo il suo corso.. [Davide Suraci – 7 Febbraio 2024]

Vasculiti e Reazioni Autoimmuni ai Vaccini a DNA Ricombinante

In questo report bibliografico, pubblicato nel Capitolo 23 del testo “Vaccines and Autoimmunity” pp 239-248 (Alessandra Soriano, Rotem Inbar, Giovanna Passaro, e Raffaele Manna) di Yehuda Shoenfeld et al., vengono evidenziate le reazioni avverse (vasculiti) ai vaccini per l’epatite B, a quello per l’epatite B ricombinante, antinfluenzale e antitetanico .Lo studio mette in luce l’insorgenza di granulomatosi con poliangite (GPA), granulomatosi eosinofila con poliangite (EGPA), poliangite microscopica (MPA) a seguito della somministrazione dei vaccini citati.

E i Vaccini a mRNA?

Gli eventi avversi neurologici successivi alla vaccinazione sono generalmente lievi e transitori, come febbre e brividi, mal di testa, affaticamento, mialgia e artralgia o effetti locali nel sito di iniezione come gonfiore, arrossamento o dolore. La complicanza neurologica post-vaccinazione più devastante è la trombosi del seno venoso cerebrale. Il seno venoso cerebrale è frequentemente segnalato nelle donne in età fertile, generalmente dopo la vaccinazione a base di adenovettori. Un’altra importante complicanza neurologica preoccupante è la paralisi di Bell, segnalata prevalentemente in seguito alla somministrazione di vaccino mRNA. La mielite trasversa acuta, l’encefalomielite acuta disseminata e la polineuropatia demielinizzante acuta sono altri eventi avversi neurologici inattesi che si verificano come risultato del fenomeno del mimetismo molecolare. È stata anche registrata la riattivazione dell’herpes zoster in molte persone, in seguito alla somministrazione di vaccini a mRNA.[….] Sono necessari ampi studi prospettici collaborativi per dimostrare o confutare l’associazione causale tra vaccino ed eventi avversi neurologici che si verificano durante la vaccinazione.

[…] Dopo l’autorizzazione, viene continuamente segnalato un ampio spettro di complicazioni neurologiche a seguito della vaccinazione contro il COVID-19. Tutti i tipi di vaccini a mRNA sono associati al rischio di numerose gravi complicazioni neurologiche, come l’encefalomielite acuta disseminata, la mielite trasversa, la meningite asettica, la sindrome di Guillain-Barré, la miofascite macrofagica, la miosite, l’ictus, convulsioni, sincope. sono definiti come eventi post-vaccinazione che mettono a rischio la vita, richiedono il ricovero in ospedale o comportano una grave disabilità. La FND (Functional Neurological Disorder) correlata al vaccino COVID-19 è una malattia correlata al cervello rappresenta dal 2,88 al 3,5% delle complicanze neurologiche legate al vaccino COVID-19. La FND si verifica dopo quasi ogni tipo di vaccino COVID-19 e presenta diverse manifestazioni cliniche, tra cui motoria, sensoriale, visiva e ipersensibilità. È stato riscontrato che il vaccino antinfluenzale è associato alla narcolessia nei giovani. Diversi meccanismi patogeni, come il mimetismo molecolare, la neurotossicità diretta e le reazioni immunitarie anomale, sono stati attribuiti per spiegare questi vaccini associati a complicanze neurologiche. Anche i vaccini contro il COVID-19 non sono esenti da complicazioni neurologiche…

Capitolo 23 del testo “Vaccines and Autoimmunity” pp 239-248 (Alessandra Soriano, Rotem Inbar, Giovanna Passaro, e Raffaele Manna) di Yehuda Shoenfeld et al.

Spectrum of neurological complications following COVID-19 vaccination (Ravindra Kumar Garg and Vimal Kumar Paliwal)

Neurological Complications Following COVID-19 Vaccination (Aparajita Chatterjee and Ambar Chakravarty)

Neurological Disorders following COVID-19 Vaccination (by Ying Yang and Lisu Huang)

Disturbo Neurologico Funzionale (FND)

N.B.: Il disturbo neurologico funzionale (FND) è una condizione medica in cui si verifica un problema con il funzionamento del sistema nervoso e il modo in cui il cervello e il corpo inviano e ricevono segnali, piuttosto che un processo patologico strutturale come la sclerosi multipla o l’ictus. La FND può comprendere un’ampia varietà di sintomi neurologici come debolezza, disturbi del movimento, sintomi sensoriali e blackout. I fattori di rischio fisici e/o psicologici possono causare sintomi funzionali che devono ancora essere spiegati da una malattia riconosciuta. La FND occupa un’area grigia tra psichiatria e neurologia che storicamente non è riuscita a suscitare l’interesse di ricercatori e medici. Tuttavia, le nuove scoperte scientifiche stanno influenzando il modo in cui i pazienti vengono diagnosticati e trattati e creando un cambiamento generale nell’atteggiamento nei confronti dei pazienti con FND.

I sintomi della FND ad esordio acuto in seguito alla vaccinazione contro il COVID-19 sono rari nella popolazione generale.

[…] Ciononostante, nei giovani inclini alla FND, la vaccinazione contro il COVID-19 può innescare una FND di nuova insorgenza, una ricaduta della FND o un’esacerbazione della FND. Si ritiene che i meccanismi biologici coinvolti siano complessi: una cascata di risposte legate allo stress (inclusa la riprogrammazione epigenetica) che portano ad un’attivazione sostenuta delle reti neurali (neurone-gliali) accoppiate con un alterazione della connettività all’interno e tra le reti.

La vaccinazione sembra agire come un fattore di stress fisico o psicologico che innesca il sistema di stress e la sua cascata di risposte legate alla minaccia, con un endpoint finale di funzione aberrante della rete neurale che supporta sintomi neurologici funzionali di nuova insorgenza.

Simile alla FND innescata tramite ACE, la FND innescata dalla vaccinazione richiede una diagnosi e un trattamento tempestivi per massimizzare la probabilità che il giovane ritorni in salute e benessere. La presenza di molteplici comorbidità, mediche o psichiatriche, può complicare il processo di trattamento e influenzare negativamente i risultati a lungo termine.

COVID-19 Vaccination in Young People with Functional Neurological Disorder: A Case-Control Study

Elaborazione a cura di Davide Suraci

La permeabilità intestinale comporta un rischio di autoimmunità fino a 30 volte maggiore…

La sindrome dell’intestino permeabile è più di una moda passeggera pubblicizzata: è una condizione formidabile che potrebbe influenzare il resto della tua vita.

Datis Kharrazian Ph.D., DHSc, DC, MS, MMSc, FACN scrive:

Un mio recente studio pubblicato sull’ International Journal of Molecular Sciences ha scoperto che una barriera intestinale danneggiata, o un intestino permeabile, può portare a 30 volte le probabilità di sviluppare una malattia autoimmune.

L’intestino permeabile consente al cibo non digerito, ai microrganismi, alle tossine e ad altri agenti patogeni presenti nell’intestino di fuoriuscire nel flusso sanguigno. Ciò può innescare un’infiammazione sistemica e promuovere l’autoimmunità.Le pareti intestinali sono costituite da cellule epiteliali che assorbono i nutrienti dal cibo impedendo al contempo il passaggio di composti dannosi nel flusso sanguigno. A collegare le cellule epiteliali ci sono molecole di occludina a giunzione stretta, che impediscono a potenziali agenti patogeni di passare nel flusso sanguigno. L’occludina è regolata dalla zonulina, una proteina che dice all’occludina quando aprire o chiudere le giunzioni.

Occludina e Zonulina

Quando si verifica un danno intestinale (parlerò dei fattori che causano danni più avanti in questo articolo), l’occludina e la zonulina rimangono intrappolate in questo danno tissutale. Il sistema immunitario produce anticorpi contro di loro per rimuovere le cellule morte e danneggiate. Pertanto, possiamo identificare la permeabilità intestinale attraverso test di laboratorio mediante screening per livelli elevati di zonulina e occludina.

Il nostro studio ha indagato se questi marcatori di permeabilità intestinale si riferiscono a marcatori di reazioni autoimmuni.Abbiamo studiato i risultati di laboratorio di 266 soggetti casuali testati per:

  • Anticorpi occludina.
  • Anticorpi zonulina.
  • 24 anticorpi tissutali indicativi di varie forme di autoimmunità.

I risultati hanno mostrato che i soggetti con permeabilità intestinale avevano una probabilità fino a 30 volte maggiore di sviluppare autoimmunità rispetto a quelli senza. Hanno mostrato un aumento degli anticorpi autoimmuni in 17 su 24 marcatori autoimmuni, inclusi quelli contro il cervello, le ghiandole ormonali, le articolazioni, i muscoli lisci, il tessuto cardiovascolare e altro ancora.Abbiamo scoperto che maggiori sono gli anticorpi dell’intestino permeabile, maggiori sono gli anticorpi autoimmuni. In altre parole, peggiore è il tuo intestino permeabile, maggiore è il rischio di autoimmunità.

La permeabilità intestinale aumenta il rischio di autoimmunità neurologica

Abbiamo anche trovato una correlazione tra gli anticorpi zonulina e occludina e l’autoimmunità neurologica. Il cervello ha una barriera che svolge una funzione simile alla barriera intestinale: consentire l’ingresso e l’uscita dei composti necessari proteggendo il cervello dagli agenti patogeni. La barriera ematoencefalica è composta anche da zonulina e occludina, che funzionano come nell’intestino. La ricerca suggerisce che la rottura della barriera emato-encefalica svolge un ruolo nei disturbi neuroinfiammatori, nella degenerazione cerebrale e nell’autoimmunità cerebrale. Ad esempio, studi precedenti hanno mostrato una correlazione tra permeabilità intestinale avanzata e sclerosi multipla. I nostri dati supportano ricerche precedenti, mostrando una correlazione tra intestino permeabile e autoimmunità cerebrale.

Autoimmunità con permeabilità intestinale, ossea e articolare

È stato dimostrato anche che la permeabilità intestinale promuove l’autoimmunità contro le ossa e il tessuto articolare. Studi recenti suggeriscono che la permeabilità intestinale può portare alla circolazione di batteri che promuovono l’infiammazione nelle ossa e nelle articolazioni.

Perdita intestinale e autoimmunità contro tiroide, fegato, pancreas, ghiandole e intestino

Il nostro studio supporta anche ricerche precedenti che mostrano collegamenti tra marcatori dell’intestino permeabile e diabete di tipo 1, malattia autoimmune della tiroide, autoimmunità surrenale (morbo di Addison), autoimmunità ovarica/testicolare, colangite sclerosante primaria, epatite autoimmune, autoimmunità gastrica e malattie infiammatorie croniche intestinali.

Le 3 fasi dell’autoimmunità

Avere anticorpi autoimmuni non significa necessariamente avere una malattia autoimmune o addirittura sintomi. Clinicamente, ho riscontrato che l’autoimmunità si muove attraverso tre fasi:

Stadio 1: Anticorpi positivi ma nessun sintomo o malattia.

Stadio 2: anticorpi e sintomi elevati, ma la loro condizione non è progredita fino a uno stato patologico che richiede un intervento medico.

Stadio 3: gli anticorpi elevati e il loro danno autoimmune sono sufficientemente estesi da essere diagnosticati come una malattia e richiedere cure mediche.Se ti trovi nella Fase 1 o nella Fase 2, potresti potenzialmente prevenire la progressione dell’autoimmunità riparando l’intestino permeabile, identificando i fattori scatenanti autoimmuni e mantenendo una dieta e uno stile di vita che smorzano l’infiammazione. Se sei nella fase 3, l’implementazione di strategie che attenuano l’espressione autoimmune può prevenire il peggioramento della malattia.

Cose che causano permeabilità intestinale

L’intestino che perde non appare dal nulla. Analizzando la ricerca e la pratica clinica, ho scoperto molteplici fattori che contribuiscono alla permeabilità intestinale. Loro includono:

  • Sensibilità al glutine.
  • Sensibilità ad altri alimenti (latticini, uova, soia, lectine, ecc.).
  • Infezioni intestinali: batteriche, parassitarie o fungine.
  • Carenze o squilibri ormonali.
  • Lesioni cerebrali pregresse: problemi di sviluppo o degenerazione del cervello.
  • Instabilità dello zucchero nel sangue: zucchero nel sangue cronicamente alto o basso.
  • Bassa pressione sanguigna.
  • Autoimmunità intestinale.
  • Stress cronico.
  • Privazione cronica del sonno.
  • Corticosteroidi, antibiotici, FANS e altri farmaci.
  • Consumo di alcool.
  • Carenza di glutatione.
  • Carenza di vitamina D.
  • Disbiosi (squilibrio di batteri cattivi).

Comprendere quali meccanismi sottostanti hanno causato la permeabilità intestinale ti aiuta a comprendere meglio la portata del problema e come affrontarlo. Qualcuno con una lesione cerebrale pregressa avrà una strategia molto diversa rispetto a qualcuno che stava assumendo un ciclo di antibiotici. La cosa bella è che affrontando il meccanismo sottostante oltre alla permeabilità intestinale stessa, migliorerai significativamente la tua salute e il tuo benessere generale.

Spero che ormai tu ti renda conto di quanto sia grave la permeabilità intestinale. Non è una moda passeggera, ma una condizione formidabile che potrebbe influenzare il resto della tua vita. Ignorando i segnali del tuo corpo per gestire l’intestino permeabile, rischi di innescare o esacerbare una condizione autoimmune.

The Relationships between Intestinal Permeability and Target Antibodies for a Spectrum of Autoimmune Diseases.

Special Issue “Molecular Mechanisms of Gastrointestinal Immune System and Its Role in Gut Homeostasis and Pathologies”

Datis Kharrazian, Ph.D., DHSc, DC, MS, MMSc, ​​FACN, è uno scienziato ricercatore clinico pluripremiato, formatosi alla Harvard Medical School, professore accademico e fornitore di servizi sanitari di medicina funzionale di fama mondiale. Sviluppa formazione e risorse per pazienti e professionisti nelle aree delle malattie croniche autoimmuni, neurologiche e non identificate utilizzando applicazioni non farmaceutiche.

Traduzione italiana e adattamento a cura di Davide Suraci

Il Rischio di Sviluppo di Autoimmunità dopo Vaccinazioni mRNA Covid-19 Pfizer…

In questo studio viene valutato il rischio di sviluppare autoanticorpi ANA dopo vaccinazione mRNA Pfizer. Studio condotto molto bene in quanto è evidenziato statisticamente lo sviluppo di autoanticorpi ANA (caratteristici di molte patologie/reazioni autoimmuni). Leggete tuttavia la conclusioni di questo studio..

“.. Anche se un soggetto risulta positivo per ANA dopo l’immunizzazione, il potenziale patogeno di questi autoanticorpi, il loro significato clinico e per quanto tempo persistono dopo la vaccinazione non sono ancora chiari…”

 “… Dovrebbero ancora essere condotti studi pluriennali che confuterebbero definitivamente l’ipotesi della possibile induzione di malattie autoimmuni da parte dei vaccini a mRNA… “

 “.. L’ampio spettro di interazioni tra le malattie autoimmuni e la vaccinazione SARS-CoV-2 non è completamente compreso…

The Risk of Autoimmunity Development following mRNA COVID-19 Vaccination

Rischio di Sviluppo di Reazioni Autoimmuni post vaccinazione a mRNA nei Bambini.

Di seguito, altri studi recenti in cui viene preso in considerazione il rischio di sviluppo di reazioni autoimmuni post vaccinazione a mRNA nei bambini:

Autoantibody Release in Children after Corona Virus mRNA Vaccination: A Risk Factor of Multisystem Inflammatory Syndrome?

Conclusioni: “…La sindrome infiammatoria multisistemica sembra essere una complicazione dopo COVID-19 e probabilmente con una frequenza minore dopo la vaccinazione SARS-CoV-2.

Queste complicazioni dopo la vaccinazione COVID-19 e SARS-CoV-2 possono essere correlate all’autoimmunità. Tuttavia, gli autoanticorpi accoppiati alla proteina G elevati come nei nostri casi non sono chiaramente correlati ai sintomi clinici e devono essere verificati in modo prospettico dopo la vaccinazione…”

Figura 2. Caso 2: rilascio di autoanticorpi dopo la vaccinazione Pfizer-BioNTech BNT162b2 in una ragazza di 13 anni con tiroidite di Hashimoto. Rispetto ai controlli sani e ai valori basali, abbiamo riscontrato un aumento uniforme degli autoanticorpi funzionali contro i recettori accoppiati alla proteina G e gli anticorpi antiperossidasi tiroidea in una ragazza con una malattia autoimmune nota (dopo la prima vaccinazione BNT162b2); tuttavia, dopo la seconda vaccinazione si è verificato un ulteriore aumento dei soli anticorpi antiperossidasi tiroidea. Anti-AT1R: autoanticorpo anti-recettore dell’angiotensina 1; anti-ETAR: autoanticorpo anti-recettore dell’endotelina; anti-α1 adrenerg: autoanticorpo anti-α1 adrenergico; anti-α2 adrenerg: autoanticorpo anti-α2 adrenergico; anti-β1 adrenerg: autoanticorpo anti-β1 adrenergico; anti-β2 adrenerg: autoanticorpo anti-β2 adrenergico; anti-MC R1: autoanticorpo anti-recettore colinergico-1 muscarinico; anti-MC R2: autoanticorpo anti-recettore colinergico-2 muscarinico; anti-MC R3: autoanticorpo anti-recettore colinergico-3 muscarinico; anti-MC R4: autoanticorpo anti-recettore colinergico-4 muscarinico; anti-MC R5: autoanticorpo anti-recettore colinergico-5 muscarinico.

Meccanismi di Attivazione Immunitaria post-vaccinazione a mRNA.

In questo altro studio vengono messi in luce i meccanismi di attivazione immunitaria conseguenti alle vaccinazioni a mRNA: New-onset autoimmune phenomena post-COVID-19 vaccination

I potenziali meccanismi di attivazione immunitaria innescati dal vaccino COVID-19 Le manifestazioni autoimmuni di nuova insorgenza dopo la vaccinazione contro il COVID-19 sono state ampiamente riportate.

I principali meccanismi attraverso i quali il vaccino COVID-19 innesca l’autoimmunità includono

il mimetismo molecolare, la produzione di particolari autoanticorpi e il ruolo di alcuni adiuvanti del vaccino. Precedenti studi hanno rivelato che l’infezione da SARS-CoV-2 potrebbe innescare l’autoimmunità, ma l’associazione tra vaccino COVID-19 e fenomeni autoimmuni rimane nebulosa. Il sistema respiratorio presentato come il primo organo invaso da SARS-CoV-2, che potrebbe essere coinvolto nelle reazioni incrociate tra la risposta immunitaria dopo l’infezione da SARS-CoV-2 e le proteine ​​surfattanti polmonari, perché la glicoproteina del picco di SARS-CoV-2 e le proteine ​​​​del surfattante polmonare condividevano 13 dei 24 pentapeptidi. Inoltre, la reazione incrociata tra le proteine ​​SARS-CoV-2 e una varietà di antigeni tissutali potrebbe portare all’autoimmunità contro il tessuto connettivo e il sistema cardiovascolare, gastrointestinale e nervoso. Le infezioni agiscono come trigger ambientali per causare malattie autoimmuni innescate dai vaccini, mentre gli antigeni microbici possono suscitare risposte immunitarie cross-reattive contro gli auto-antigeni. La cross-reattività immunitaria innescata dalla somiglianza tra alcuni componenti del vaccino e specifiche proteine ​​umane potrebbe rendere il sistema immunitario contro gli antigeni patogeni per attaccare proteine ​​simili nella popolazione suscettibile e portare a malattie autoimmuni, un processo noto come mimetismo molecolare. È stato sospettato che i vaccini contro l’influenza, l’epatite B e il papillomavirus umano inneschino l’autoimmunità attraverso il mimetismo molecolare. Inoltre, solo una minoranza dei soggetti vaccinati ha successivamente sviluppato fenomeni autoimmuni, indicando una predisposizione genetica all’autoimmunità indotta da vaccino. Il vaccino potrebbe innescare la risposta immunitaria adattativa per mostrare il suo effetto protettivo, che può stimolare una condizione iperinfiammatoria.

Gli individui sani dopo la vaccinazione mostrano aumenti acuti dell’espressione di IFN di tipo I, stress ossidativo e accumulo di danni al DNA nelle cellule mononucleate del sangue, insieme a un’efficace produzione di anticorpi neutralizzanti anti-SARS-CoV-2. Sprent e King ritengono che gli effetti collaterali dei vaccini COVID-19 siano semplicemente un sottoprodotto di uno scoppio transitorio della generazione di IFN-I concomitante con l’induzione di una risposta immunitaria efficace. Tuttavia, la produzione di particolari autoanticorpi può essere responsabile di questi eventi avversi.

Gli eventi VITT sono stati ampiamente riportati, che plausibilmente attribuiti all’attivazione piastrinica mediata da anticorpi contro il fattore piastrinico 4 (PF4) attraverso le interazioni IgG-FcγR. Inoltre, l’attivazione del complemento innescata dagli anticorpi anti-PF4 sembra essere implicata nella VITT. Tuttavia, Greinacher A et al. ha scoperto che gli anticorpi PF4 indotti dalla vaccinazione non reagiscono in modo incrociato con la proteina spike SARS-CoV-2. Inoltre, l’attivazione del sistema di contatto da parte dell’acido nucleico, il riconoscimento del complemento delle cellule effettrici allergiche che attivano il vaccino, il riconoscimento anticorpale preesistente di polietilenglicoli (PEG) e l’attivazione diretta dei mastociti, insieme a potenziali predisposizioni genetiche o ambientali all’ipersensibilità, spiegano anafilassi ai vaccini mRNA COVID-19.

08/2023 – Traduzione e adattamento a cura di Davide Suraci

Superamento della Resistenza Genetica alle Patologie Autoimmuni indotto dai Vaccini.

‼️⚠️ Le sollecitazioni immunitarie durante lo sviluppo iniziale infantile, comprese quelle indotte dal vaccino, possono portare ad alterazioni dannose permanenti del cervello e della funzione immunitaria. L’evidenza sperimentale mostra anche che la somministrazione simultanea di soli due o tre adiuvanti immunitari può superare la resistenza genetica all’autoimmunità. In alcuni paesi sviluppati, quando i bambini avranno dai 4 ai 6 anni, avranno ricevuto un totale di 126 composti antigenici insieme ad elevate quantità di coadiuvanti di alluminio (Al) attraverso le vaccinazioni di routine….

☣⛔ In sintesi, le prove della ricerca mostrano che le crescenti preoccupazioni sulle attuali pratiche di vaccinazione possono effettivamente essere giustificate. Poiché i bambini possono essere maggiormente a rischio di complicanze indotte dal vaccino, è urgentemente necessaria una valutazione rigorosa degli impatti negativi sulla salute correlati al vaccino nella popolazione pediatrica.

Mechanisms of aluminum adjuvant toxicity and autoimmunity in pediatric populations (2012)

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/22235057/

Gli ingredienti pericolosi dei vaccini HPV aumentano il rischio per i giovani (Parte IVª).

Esistono ampie prove scientifiche che suggeriscono che la miscela di adiuvanti contenuta nei vaccini HPV e in altri vaccini sia responsabile di malattie autoimmuni post-vaccinazione in alcuni pazienti.

I disturbi indotti da adiuvanti sono diventati così diffusi che gli esperti medici hanno coniato un nuovo termine per descrivere questa sindrome ombrello: sindrome autoimmune/infiammatoria indotta da adiuvanti (ASIA).

Nella Parte 1 , Parte 2 e Parte 3 di questa serie, abbiamo discusso dei vaccini HPV e dei loro legami con l’insufficienza ovarica, le malattie neurologiche e autoimmuni, l’efficacia del vaccino nella prevenzione del cancro cervicale e l’incapacità degli studi clinici di rilevare problemi di sicurezza. Nella parte 4, discuteremo le preoccupazioni relative a particolari ingredienti del vaccino e forniremo una riflessione sullo sviluppo del vaccino HPV.

Vaccino Quadrivalente Gardasil
Vaccino antipapilloma virus quadrivalente a DNA ricombinante – Gardasil.

Sintesi dei fatti chiave

  • Gli adiuvanti sono usati nei vaccini HPV incluso Gardasil per attirare l’attenzione del sistema immunitario.
  • L’alluminio è un coadiuvante comune nel Gardasil che può essere responsabile di eventi avversi.
  • Un altro ingrediente “segreto” scoperto di Gardasil “HPV DNA”, potrebbe anche essere responsabile di eventi avversi.
  • Entrambi gli adiuvanti immunogenici possono indurre una forte risposta immunitaria o condizioni autoimmuni.
  • La ricerca dovrebbe concentrarsi su attente analisi rischio-beneficio per determinare quali popolazioni beneficiano della vaccinazione. Alcune persone potrebbero non trarre beneficio dalla vaccinazione, ma sarebbero meglio servite dalla diffusione dello screening del cancro.

Alluminio, un coadiuvante problematico del vaccino

Il CDC elenca i vaccini che utilizzano l’alluminio come adiuvante e Gardasil è nell’elenco. 

Per stimolare una risposta immunitaria potenziata destinata a durare per 50 anni, Merck ha aggiunto al vaccino Gardasil un adiuvante contenente alluminio particolarmente tossico, l’idrossifosfato solfato di alluminio amorfo (AAHS).

L’alluminio è il terzo metallo più abbondante nella crosta terrestre  ed è ampiamente presente nell’ambiente: nelle piante, nel suolo, nell’acqua, nell’aria, nella catena alimentare e nei prodotti farmaceutici. Nel frattempo, l’alluminio è una potente tossina che può danneggiare gravemente  più sistemi del corpo umano , inclusi ma non limitati ai sistemi nervoso, respiratorio, muscoloscheletrico, digestivo, renale ed epatico.

Il cervello è il  principale organo bersaglio dell’alluminio. Può penetrare la barriera nel cervello. L’alluminio è stato collegato a meccanismi di azione inclusi, ma non limitati a:

Studi sottoposti a revisione paritaria mostrano che l’alluminio si lega alle proteine ​​non vaccinali, comprese le proteine ​​dell’ospite e i virus latenti, innescando condizioni autoimmuni e altre gravi condizioni.

Gli esperti di vaccini pediatrici stanno determinando il livello accettabile di esposizione dei bambini all’alluminio.

In un articolo del 2020 pubblicato su Frontiers in Microbiology, Paul Offit, MD e colleghi hanno sostenuto che l’esposizione cumulativa di un bambino all’alluminio attraverso i vaccini durante i sei mesi di vita è inferiore alle esposizioni naturali attraverso il latte materno e il latte artificiale .

Offit è il direttore del Vaccine Education Center e un medico curante nella Divisione di Malattie Infettive del Children’s Hospital di Philadelphia. Lui ei suoi colleghi hanno sviluppato vaccini e hanno scritto molto sulla sicurezza dei vaccini.

Ma questo argomento non è rassicurante. In questione qui c’è l’esposizione cumulativa di un bambino all’alluminio. Queste esposizioni provengono da fonti naturali, come il latte materno e il latte artificiale. Vari vaccini e altri prodotti farmaceutici sovrapposti a queste esposizioni naturali (ad esempio, diverse marche di iniezioni di vitamina K somministrate ai neonati alla nascita contengono anche alluminio).

Ancora più preoccupante è che la versione più recente di questo vaccino (Gardasil 9) contiene quasi il doppio della quantità di AAHS rispetto alla versione precedente del vaccino.

L’ingrediente “segreto” di Gardasil

I medici di nove paesi hanno inviato campioni di Gardasil da testare per il DNA del papillomavirus umano (HPV)  perché sospettavano che il DNA ricombinante residuo dell’HPV lasciato nel vaccino potesse essere stato un fattore che ha contribuito a causare effetti collaterali post-vaccinazione inspiegabili.

Per condurre questa ricerca, gli scienziati hanno richiesto campioni di Gardasil da Australia, Bulgaria, Francia, India, Nuova Zelanda, Polonia, Russia, Spagna e Stati Uniti. È stato confermato che ogni campione proveniva da un numero di lotto diverso.  

I test di laboratorio hanno rivelato che tutti i 16 campioni di Gardasil contenevano frammenti di DNA dell’HPV. I frammenti specifici includevano: DNA di HPV-11, DNA di HPV-18 o frammenti comprendenti elementi di entrambi i genotipi.  

I frammenti di DNA dell’HPV sono stati trovati saldamente attaccati all’adiuvante (AAHS).

Se questi risultati abbiano un significato clinico è una questione aperta. Ulteriori ricerche sulla sicurezza dei vaccini devono tenerne conto e progettare gli studi appropriati per comprendere l’impatto biologico dei frammenti residui di DNA dell’HPV legati a un adiuvante particolato a base di minerali.

Il sito web della FDA afferma questo risultato: ” Informazioni della FDA sul Gardasil: presenza di frammenti di DNA previsti, nessun rischio per la sicurezza “. Tuttavia, il contenuto di questa pagina non è stato trovato per motivi sconosciuti quando è stato tentato l’accesso il 25 febbraio 2023. La pagina è stata comunque recuperata alla data di questo articolo tramite la waybackmachine (Nota di AutoimmunityReactions).

Questo ingrediente può stimolare l’infiammazione

Gli adiuvanti del vaccino inducono il sistema immunitario a montare una risposta robusta. Questo è utile quando si vaccinano gli anziani, che hanno un sistema immunitario in “senescenza”, nel senso che sta iniziando a diminuire. Tuttavia, gli adiuvanti nei vaccini progettati per i giovani con un sistema immunitario sano che subiscono enormi cambiamenti metabolici durante l’adolescenza richiedono maggiore cautela.

Questi frammenti di DNA possono agire come agonisti del recettore Toll-like 9 (“TLR9”) . I TLR sono un gruppo di proteine ​​sulla superficie o all’interno delle cellule, che agiscono in prima linea nel sistema immunitario, rilevando vari agenti patogeni o segnali dannosi dall’ambiente e rispondendo ad essi.

TLR9 lega preferenzialmente il DNA presente in virus e batteri e innesca cascate di segnalazione che portano a una risposta citochinica pro-infiammatoria, che può innescare distinte risposte neuroinfiammatorie nel sistema nervoso.

Il dottor Sin Hang Lee, direttore della Milford Molecular Diagnostics con sede nel Connecticut, ha ipotizzato che, senza l’aggiunta dell’agonista TLR9, Gardasil non sarebbe immunogenico. Secondo Lee, i frammenti di DNA legati alle nanoparticelle simili al virus AAHS agiscono come agonisti TLR9 in entrambi i vaccini Gardasil e Gardasil 9, creando il più forte adiuvante immunostimolante in uso in qualsiasi vaccino.

Lee ha anche trovato frammenti di DNA dell’HPV del vaccino Gardasil nella milza post mortem e campioni di sangue prelevati da un’adolescente sana morta sei mesi dopo un terzo vaccino HPV.

Un libro di testo del 2015, Vaccines and Autoimmunity , a cura del Dr. Yehuda Shoenfeld, il padre della ricerca sull’autoimmunità, include articoli di molti dei maggiori esperti mondiali di autoimmunità. Questi scienziati hanno concluso che Gardasil potrebbe causare disturbi autoimmuni a causa dei potenti ingredienti immunostimolanti del vaccino.

Eventi avversi gravi  dopo aver ricevuto vaccini HPV

1. Disturbi neurologici e autoimmuni

La letteratura ha riportato potenziali disturbi neurodegenerativi infiammatori a base immunitaria che coinvolgono il sistema nervoso centrale , noti come encefalomielite disseminata acuta , a seguito di iniezioni di Gardasil . Ampi studi basati su registri condotti in Danimarca, Svezia e Germania hanno identificato associazioni plausibili tra la vaccinazione contro l’HPV e le condizioni autoimmuni. Questo argomento è trattato nella parte 2 di questa serie.

2. Morte inspiegabile

In uno studio JAMA Network Open pubblicato nel 2009, 12.424 eventi avversi segnalati sono stati registrati nel Vaccine Adverse Event Reporting System (VAERS) a seguito della vaccinazione con Gardasil dal 1° giugno 2006 al 31 dicembre 2008. Tra questi vi erano 32 decessi con una media età di 18 anni . I decessi si sono verificati da due a 405 giorni dopo l’iniezione di Gardasil.

Dei 32 decessi, le cartelle cliniche ei referti dell’autopsia sono stati esaminati per 20. Queste revisioni hanno confermato quattro decessi inspiegabili e sei decessi cardiaci . Non c’è stato alcun tentativo di stabilire una relazione causale, ovvero alcuno sforzo per garantire o escludere un collegamento con la vaccinazione Gardasil. Tuttavia, gli autori hanno riferito che la sincope (perdita di coscienza causata da un calo della pressione arteriosa) e gli eventi tromboembolici (ad esempio, trombosi venosa profonda o embolia polmonare) dei destinatari di Gardasil erano sproporzionatamente elevati.

3. Sincope

La sincope si è verificata in 1.896 casi , la metà entro 15 minuti dall’iniezione. Tra coloro che sono svenuti, il 15% ha provocato una caduta e la maggior parte di queste cadute (68%) ha provocato un trauma cranico. Si consiglia ai destinatari del vaccino di sedersi per 15 minuti dopo l’iniezione.

4. Tromboembolia

Il rapporto di segnalazione proporzionale per gli eventi tromboembolici è stato di 4,8 per i bambini di età compresa tra 6 e 17 anni (p=0,04) e di 6,7 per quelli di età compresa tra 18 e 29 anni (p=0,006) . Dei 31 casi, 28 presentavano un fattore di rischio noto per tromboembolia venosa. I fattori di rischio includevano il controllo delle nascite contenente estrogeni in 20 dei 31 casi.

5. Anafilassi

L’anafilassi tra le giovani donne che ricevono la vaccinazione Gardasil è circa da 10 a 53 volte superiore a quella identificata in un programma scolastico comparabile per la vaccinazione contro il meningococco C. L’incidenza di anafilassi correlata all’HPV era compresa tra 1,0 e 5,3 per 100.000, mentre era di 0,1 per 100.000 per la vaccinazione contro il meningococco C. Tutti i casi di anafilassi sono stati identificati utilizzando la definizione di caso di Brighton di anafilassi .

Vaccinazione HPV tra i maschi

La vaccinazione di routine di ragazzi e uomini è stata implementata solo in pochi paesi, tra cui Australia, Canada e Stati Uniti. I programmi di vaccinazione basati sulla popolazione sono progettati per aumentare l’immunità di gregge tra maschi e femmine e ridurre l’incidenza di malattie anali, peniene, craniche e tumori del collo tra i maschi in particolare.

I sintomi dell’infezione da HPV tra i maschi includono i seguenti sintomi sul pene, sull’ano, sullo scroto o sulla bocca:

  • verruche
  • crescite
  • piaghe
  • granuli

È stata condotta una revisione sistematica dell’efficacia e della sicurezza della vaccinazione HPV tra i maschi per raccogliere la ricerca fino al 2017. Nell’analisi sono stati inclusi sette studi, comprendenti dati su circa 5.000 maschi; quattro studi sono stati randomizzati e tre non randomizzati. Solo due studi includevano eventi avversi gravi e nessuno di essi è stato giudicato dai ricercatori correlato al vaccino.

Questo studio suggerisce che la vaccinazione è più efficace tra i maschi se somministrata prima dell’inizio dell’attività sessuale. Questa scoperta supporta la ricerca che porta alla stessa conclusione sulle donne.

Gli autori hanno sottolineato che sono necessarie ulteriori ricerche per stabilire i benefici dei programmi di vaccinazione su larga scala tra i maschi. Sebbene questa revisione sistematica del 2018 sull’efficacia e la sicurezza della vaccinazione contro l’HPV sia stata la prima ad essere pubblicata per i maschi, sette revisioni sistematiche tra quasi 46.000 partecipanti sono state condotte per le femmine, dimostrando una quota sproporzionata di ricerca tra le femmine all’epoca.

Alcuni fattori di rischio aumentano la probabilità di cancro anale, del pene e della gola da HPV tra gli uomini, tra cui il fumo, l’inizio precoce dell’attività sessuale, lo stato sieropositivo e gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini. L’uso del preservativo, il mantenimento di reti sessuali stabili e l’inizio dell’attività sessuale più tardi nella vita riducono il rischio. Alcuni operatori sanitari possono offrire un Pap test anale agli uomini che sono a maggior rischio di cancro anale, come gli uomini che vivono con l’HIV e quelli che ricevono sesso anale.

Il CDC afferma che la vaccinazione non è universalmente raccomandata per i maschi di età superiore ai 26 anni:  “La vaccinazione contro l’HPV dai 27 ai 45 anni offre meno benefici. La maggior parte degli adulti sessualmente attivi è già stata esposta all’HPV, anche se la vaccinazione non prende di mira tutti i tipi di HPV”. È improbabile che coloro che hanno una relazione stabile contraggano una nuova infezione da HPV.

Abbiamo davvero bisogno della vaccinazione contro l’HPV?

L’infezione da HPV è un fattore di rischio per il cancro cervicale. Tuttavia, ci sono molti altri fattori di rischio per il cancro cervicale. Questi includono l’intraprendere rapporti sessuali prima dei 16 anni, avere più partner sessuali, l’ esposizione all’HIV , il fumo e l’ esposizione ad agenti cancerogeni in giovane età.

La ricerca futura dovrebbe considerare i tassi di screening differenziali per etnia, età e stato socioeconomico. I risultati dovrebbero essere stratificati per età al primo contatto sessuale e storia di vaccinazione per iniziare a districare gli effetti della vaccinazione precoce insieme alle disparità nei tassi di screening.

La ricerca deve anche considerare gli effetti protettivi dell’immunità naturale contro l’HPV .

  • Invito a comportamenti sessuali più etici

Avrebbe senso testare le donne prima della vaccinazione se avevano già avuto un’attività sessuale? Forse. Poiché la vaccinazione è profilattica, potremmo ottimizzare i benefici del vaccino e ridurre i danni offrendo la vaccinazione a coloro che non sono ancora infetti (prevenzione primaria) e concentrandoci sullo screening del cancro (prevenzione secondaria) tra coloro che sono già stati infettati da un ceppo di HPV.

Gli adolescenti che intraprendono un’attività sessuale precoce sono a maggior rischio di una serie di problemi di salute mentale e fisica. Il CDC ha recentemente pubblicato un rapporto in cui si afferma: “Quasi una giovane donna su cinque ha subito violenza sessuale, un aumento del 20% dal 2017 “. Circa una ragazza adolescente su 10 ha riferito di essere stata costretta a fare sesso.

La violenza sessuale è una seria preoccupazione e prevenire i contatti sessuali indesiderati dovrebbe essere una priorità. Genitori, autorità sanitarie pubbliche e medici possono aiutare a proteggere le ragazze adolescenti insegnandole ad anticipare le situazioni ad alto rischio. Ciò contribuirà anche a prevenire i tumori cervicali e genitali riducendo i contatti intimi indesiderati. Rafforzare il processo di screening del cancro tra coloro che sono già sessualmente attivi è un altro modo per ridurre la mortalità per cancro cervicale.

A parte l’evidenza che i vaccini HPV causano danni e l’assenza di una solida analisi del rapporto rischio-beneficio, vaccinare gli adolescenti contro una malattia a trasmissione sessuale solleva questioni etiche e morali. Dare a preadolescenti, adolescenti e giovanissimi adulti un vaccino che promette di prevenire una malattia a trasmissione sessuale introduce un rischio morale: possono impegnarsi in pratiche ad alto rischio perché ritengono che sia sicuro farlo.

Con la sensazione di essere protetti, gli adolescenti possono impegnarsi in comportamenti sessuali in tenera età, che sono spesso associati ad altre attività ad alto rischio come l’uso di sostanze. Invece, potremmo indirizzare le risorse per aiutare gli adolescenti a compiere passi concreti per rendere la cura di sé una priorità in un momento in cui gli eventi e le persone intorno a loro mettono alla prova la loro autostima.

  • Incoraggiare l’influenza sociale positiva

I leader della comunità e i professionisti della sanità pubblica potrebbero investire in attività di promozione della salute, come la costruzione di centri comunitari e palestre per rendere accessibili l’attività fisica regolare e le connessioni sociali indipendentemente dal reddito familiare, consentendo a tutti gli adolescenti di costruire una solida rete sociale con valori condivisi.

I giovani adulti devono anche stabilire buone abitudini alimentari e di sonno, sviluppare un rapporto sano con l’alcol e comprendere il legame tra salute mentale e fisica.

Infine, i genitori impegnati devono essere sostenuti nel rafforzare il senso di appartenenza del figlio all’interno della propria  comunità  .

Mentre la promessa della tecnologia dei vaccini umani è allettante per prevenire le malattie e persino curare il cancro, dovremmo riflettere razionalmente sulla relazione di lunga data tra virus e umani.

Certamente, i vaccini hanno notevolmente migliorato importanti esiti pediatrici, ma i nuovi vaccini destinati a giovani adulti altrimenti sani devono essere mantenuti agli standard più rigorosi per stimare i rischi e i benefici associati.

  • La qualità e la trasparenza dei dati sono obbligatorie

Quando si considerano le prove da includere nelle analisi rischio-beneficio, occorre prestare attenzione a valutare la qualità delle revisioni sistematiche. Una recente pubblicazione ha confrontato il tasso di revisioni sistematiche sui vaccini finanziate dall’industria rispetto a quelle non finanziate dall’industria . Gli studi non finanziati dall’industria avevano un punteggio di qualità superiore rispetto a quelli finanziati dall’industria.

I funzionari della sanità pubblica dovrebbero astenersi da raccomandazioni generiche basate su dati scientifici inconsistenti e investire invece in prove solide che possano veramente chiarire a chi un vaccino offre il massimo beneficio. Gli studi clinici devono essere adeguatamente dimensionati e condotti per un periodo sufficientemente lungo da rilevare benefici e rischi. Sicuramente alcuni sottogruppi possono guadagnare valore mentre altri no.

Per proteggere il programma vaccinale degli Stati Uniti , i funzionari dell’industria e le autorità sanitarie devono:

  1. Condurre prove robuste alimentate per rilevare segnali di sicurezza,
  2. Rilasciare tempestivamente i dati anonimi e individuali di prova per l’ispezione pubblica,
  3. Sviluppare analisi rischio-benefici trasparenti e rigorose prima che vengano formulate raccomandazioni e
  4. Sradicare i mandati sui vaccini.

Le politiche etiche sui vaccini sono essenziali per incoraggiare scelte di vita che promuovano una salute mentale e fisica vibrante.

◇ Riferimenti:

Fatti STD – Papillomavirus umano (HPV) (cdc.gov)

Statistiche sul cancro associato all’HPV | Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie

libro rosa | HPV | Epidemiologia delle malattie prevenibili da vaccino | Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie

Trattamenti immunologici per lesioni precancerose e carcinoma della cervice uterina – PubMed (nih.gov)

Risposte immunitarie contro virus e tumori nella carcinogenesi cervicale: strategie di trattamento per evitare la fuga immunitaria indotta da HPV – PubMed (nih.gov)

Programma e dosaggio del vaccino contro l’HPV | Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie

Vaccino ricombinante nonavalente contro il papillomavirus umano nella prevenzione | IDR (dovepress.com)

Indagine sui pediatri relativa al vaccino contro il papillomavirus umano in Giappone: atteggiamenti positivi nei confronti della vaccinazione durante il periodo di raccomandazione proattiva rifiutati – PubMed (nih.gov)

Accesso alla vaccinazione contro l’HPV in Giappone: aumentare la fiducia sociale per riconquistare la fiducia nei vaccini – PubMed (nih.gov)

Impatto dell’esitazione del vaccino HPV sul cancro cervicale in Giappone: uno studio di modellazione – PubMed (nih.gov)

La polemica sulla vaccinazione HPV in Giappone: critiche alla validità etica delle argomentazioni per la sospensione della raccomandazione proattiva – ScienceDirect

Il Giappone rilancia la sua campagna di vaccinazione contro l’HPV. Per migliaia di donne potrebbe essere troppo tardi | Scienza | AAA

Vaccinazione contro il papillomavirus umano e insufficienza ovarica prematura: un’analisi della sproporzionalità utilizzando il sistema di segnalazione degli eventi avversi del vaccino (nih.gov)

Associazione tra vaccinazione contro il papillomavirus umano e insufficienza ovarica primaria in una coorte nazionale – PubMed (nih.gov)

Tasso di incidenza nazionale ed eziologia dell’insufficienza ovarica primaria tra gli adolescenti israeliani – PubMed (nih.gov)

Benefici e rischi dei vaccini contro il papillomavirus umano (HPV): revisione sistematica con meta-analisi dei dati delle sperimentazioni dai rapporti degli studi clinici (nih.gov)

Eventi avversi tromboembolici autoimmuni, neurologici e venosi dopo l’immunizzazione di ragazze adolescenti con vaccino quadrivalente contro il papillomavirus umano in Danimarca e Svezia: studio di coorte | Il BMJ

Vaccinazione contro il papillomavirus umano delle donne adulte e rischio di malattie autoimmuni e neurologiche – Hviid – 2018 – Journal of Internal Medicine 

Vaccinazione contro il papillomavirus umano e rischio di malattie autoimmuni: un ampio studio di coorte su oltre 2 milioni di ragazze in Francia – ScienceDirect 

Mimetismo e autoimmunità dell’epitopo del papillomavirus umano: la verità molecolare della condivisione dei peptidi – FullText 

Autoimmunità nei pazienti che riferiscono complicanze a lungo termine dopo l’esposizione alla vaccinazione contro il virus del papilloma umano – ScienceDirect

Impatto ed efficacia del vaccino contro il papillomavirus umano a 12 anni dall’introduzione del vaccino negli Stati Uniti, dal 2003 al 2018 – PubMed (nih.gov)

Gli effetti del programma nazionale di vaccinazione contro l’HPV in Inghilterra, Regno Unito, sul cancro cervicale e sull’incidenza di neoplasia intraepiteliale cervicale di grado 3: uno studio osservazionale basato su registri – PubMed (nih.gov)

Il recente aumento del cancro cervicale nelle donne di età compresa tra 20 e 24 anni in Inghilterra è motivo di preoccupazione? (nih.gov)

La vaccinazione contro l’HPV previene il cancro cervicale? – PubMed (nih.gov)

Adozione dello screening cervicale: uno studio trasversale sugli atteggiamenti, i comportamenti e gli ostacoli alla partecipazione allo screening auto-segnalati tra le donne immigrate dell’Asia meridionale che vivono in Australia (nih.gov)

Immunità acquisita naturalmente contro il papillomavirus umano (HPV): perché è importante nell’era del vaccino contro l’HPV | Il giornale delle malattie infettive | Oxford Academic (oup.com)

Nessun aumento del rischio di sindrome di Guillain-Barré dopo il vaccino contro il papillomavirus umano: uno studio di serie di casi autocontrollato in Inghilterra – ScienceDirect

Nessun aumento del rischio di sindrome di Guillain-Barré dopo il vaccino contro il papillomavirus umano: uno studio di serie di casi autocontrollato in Inghilterra – ScienceDirect

Sorveglianza di sicurezza post-autorizzazione per il vaccino adiuvato da papillomavirus-16/18-AS04: più di 4 anni di esperienza nostra – PubMed (nih.gov)

Vaccini contro il papillomavirus umano e infertilità. Record epidemiologico settimanale. 2017;92(28):393–404. wer9228_2017_vol92-28.pdf (who.int)

Storia naturale dell’infezione da HPV nel corso della vita: ruolo della latenza virale (nih.gov)

Lee, SH Rilevamento del DNA del gene L1 del papillomavirus umano (HPV) possibilmente legato all’adiuvante di alluminio particolato nel vaccino HPV Gardasil. J Inorg Biochem. 2012 dicembre; 117: 85-92. 

Impatto della sponsorizzazione dell’industria sulla qualità delle revisioni sistematiche dei vaccini: un’analisi trasversale degli studi pubblicati dal 2016 al 2019 – PubMed (nih.gov)

Fatti STD – HPV e uomini (cdc.gov)

Il rapporto del CDC mostra un aumento della tristezza e dell’esposizione alla violenza tra le ragazze adolescenti e i giovani LGBQ+ | Schede informative | Sala stampa | NCHHSTP | Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie

https://n.neurology.org/content/72/24/2132

https://jnnp.bmj.com/content/82/11/1296

https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/1352458508096868

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0213485310700232?via%3Dihub

https://www.cmaj.ca/content/179/6/525

Traduzione italiana integrale a cura di Davide Suraci della rassegna bibliografica pubblicata su “Epoch Health” in data 2 Marzo 2023. Hazardous Ingredients of HPV Vaccines Increase Risk to Young People (Part 4)