🏛️📚🔬Creighton (Britannica 1888): la “storia naturale” del cow-pox come leva per smontare la vaccinazione jenneriana

Introduzione per lettori e studiosi

Questo testo riassume in modo descrittivo l’impianto della voce “Vaccination” firmata (C. C.) nella 9ª edizione dell’Encyclopædia Britannica (vol. XXIV, 1888), attribuita a Charles Creighton. L’obiettivo non è valutare se Creighton “avesse ragione” alla luce della scienza successiva, ma ricostruire quali conclusioni forti egli dichiara di trarre da: (a) storia delle “fonti” della linfa, (b) descrizioni cliniche e casistica, (c) ragionamento epidemiologico e tabelle, (d) dispositivi amministrativi e legali.

Per orientare la lettura, è utile ricordare che Creighton lavora in un’epoca in cui la vaccinazione antivaiolosa è già pratica diffusa e spesso sostenuta dallo Stato; la sua voce si colloca dunque come intervento che pretende di essere “documentario” e metodologico: insiste su catene di trasmissione della linfa, su condizioni materiali (stalla, mungitura, prelievo), e su fallacie di inferenza (in particolare il post hoc ergo propter hoc). La voce è leggibile nelle scansioni Wikisource del vol. XXIV (pp. 24–30 della sezione) e in un mirror testuale utile per la ricerca di termini.


Charles Creighton, MD – (1847-1927)

1) Che cos’è davvero il cow-pox (secondo lui) e perché non è un’entità “astratta”

Creighton prova a riportare il discorso dal piano dottrinario a quello che chiama “storia naturale”. La sua tesi di base è che il cow-pox non sia una malattia semplice, sempre uguale e “autosufficiente”, ma un fenomeno episodico e condizionato:

  • compare soprattutto nelle vacche da latte (in particolare nel contesto della stalla),
  • è localizzato ai capezzoli,
  • assume i caratteri del “cow-pox classico” perché viene modellato e mantenuto dall’azione ripetuta della mungitura (traumi, riapertura di lesioni, manipolazione e trasmissione meccanica).

Il punto che ne ricava è polemico: se la “malattia sorgente” dipende così tanto dal contesto pratico (mungitura e condizioni d’allevamento), allora la dottrina che la tratta come base naturale semplice per una protezione specifica e stabile è, per lui, concettualmente fragile.


2) La linfa vaccinale non è “una cosa sola”: è una genealogia di stock, sostituzioni e ritorni alla mucca

Un secondo blocco della voce è la ricostruzione delle catene di linfa: arm-to-arm, stock che diventano “standard”, timori di “degenerazione”, e periodici tentativi di “rigenerare” il vaccino tornando a casi bovini.

La conclusione che Creighton vuole far emergere è: ciò che in teoria viene chiamato “il vaccino” nella pratica è un insieme di stock con storie diverse, selezionati e mantenuti da procedure e istituzioni. Quindi, nel suo impianto, non ci sarebbe un oggetto unico e stabile su cui fondare una promessa uniforme.


3) “Vescicole corrette” ottenute anche da fonti che (per lui) non c’entrano col cow-pox

Qui arriva una delle sue mosse più taglienti. Creighton sostiene che si siano ottenute vescicole “buone” (cioè clinicamente “da vaccino”) anche da materiali che, nella sua lettura, non sarebbero cow-pox:

  • il horse-grease (tradizione/esperimenti di “equination”),
  • il vaiolo umano fatto passare attraverso la mucca (variolazione della mucca).

La conclusione implicita è metodologica: l’aspetto della vescicola sul braccio non basterebbe a provare la natura del materiale inoculato né a validare automaticamente l’interpretazione jenneriana.


4) “Mitigazione” e tecnica: la vaccinazione come addomesticamento instabile di un’infezione

Creighton insiste su un’idea operativa: la vaccinazione “ben riuscita” dipenderebbe da un equilibrio pratico (tempi di prelievo, qualità della linfa, passaggi), e non dalla garanzia intrinseca di una sostanza sempre uguale.

Da qui la sua tesi: la forma “mite” che i sostenitori associano al vaccino non sarebbe un dato naturale fissato, ma un risultato di gestione e selezione—e quindi potenzialmente reversibile (o almeno soggetto a deviazioni).


5) Complicanze come argomento di sostanza (non solo “incidenti”)

Nella voce, Creighton non tratta i danni come marginali: li usa come parte del suo “caso” contro la pretesa di innocuità e contro l’obbligazione morale/legale.

Tra i temi che mobilita:

  • ulcerazioni importanti (“bad arm”),
  • erisipela e altre sequele riportate nei registri,
  • un episodio di ittero associato a rivaccinazione (che lui presenta come “tracciato” alla vaccinazione per evidenza circostanziale),
  • la sezione su “vaccinal syphilis”, dove spinge l’idea che molti cluster storici siano stati interpretati in modo troppo lineare e che procedure/tempi (linfa prelevata tardi, drenaggi, riuso) possano produrre quadri sistemici confondenti.

La conclusione di Creighton qui è: se la pratica può produrre (o essere associata a) esiti severi e ambigui, non è legittimo presentarla come intervento “semplice” e privo di costi.


6) Il perno logico: la fallacia post hoc ergo propter hoc

Questa è la chiave della sua demolizione “scientifica”: Creighton afferma che l’argomento pro-vaccino scambia ripetutamente il “dopo” per “a causa di”.

Nella sua lettura:

  • le epidemie hanno fasi e cicli,
  • dopo i picchi avviene spesso un rientro periodico,
  • e il rientro viene attribuito all’inasprimento delle misure (campagne, obblighi), mentre potrebbe dipendere da dinamiche epidemiche e da condizioni sociali/ambientali.

Questa è, per lui, la dimostrazione del vizio: il sistema di prova sarebbe costruito su coincidenze temporali e su narrazioni retrospettive.


7) I numeri (ospedali, registri, distribuzione per età) come “prova” contro la protezione universale

Creighton usa:

  • tabelle su mortalità e distribuzione per età (Inghilterra e Galles),
  • serie ospedaliere,
  • esempi internazionali,
    per sostenere che:
  1. in grandi ondate epidemiche compaiono molti vaccinati tra i casi,
  2. la lettura “vaccinato vs non vaccinato” è vulnerabile a classificazioni incerte e categorie non determinate,
  3. quindi la conclusione “la vaccinazione spiega da sola il declino” non sarebbe dimostrata con solidità.

Link estesi (per leggere la voce, pagina per pagina)

Wikisource – Voce “Vaccination” nel vol. XXIV:
p. 24: https://en.wikisource.org/wiki/Page:Encyclop%C3%A6dia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu/38
p. 25: https://en.wikisource.org/wiki/Page:Encyclop%C3%A6dia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu/39
p. 26: https://en.wikisource.org/wiki/Page:Encyclop%C3%A6dia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu/40
p. 27: https://en.wikisource.org/wiki/Page:Encyclop%C3%A6dia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu/41
p. 28: https://en.wikisource.org/wiki/Page:Encyclop%C3%A6dia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu/42
p. 29: https://en.wikisource.org/wiki/Page:Encyclop%C3%A6dia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu/43
p. 30: https://en.wikisource.org/wiki/Page:Encyclop%C3%A6dia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu/44

Indice del volume:
https://en.wikisource.org/wiki/Index:Encyclopædia_Britannica,_Ninth_Edition,_v._24.djvu

Opere di Charles Creighton (autore)

  1. Jenner and Vaccination: A Strange Chapter of Medical History (1889)
    https://archive.org/details/b21357067
  2. The Natural History of Cow-pox and Vaccinal Syphilis (1887)
    https://archive.org/details/b21941099
  3. A History of Epidemics in BritainVol. 1 (1891)
    https://archive.org/details/historyofepidemi01crei
  4. A History of Epidemics in BritainVol. 2 (1894)
    https://archive.org/details/historyofepidemi02crei

Autore testo, data mixing e data mining: Davide Suraci
Pubblicato il 7 Gennaio 2026 su: Autoimmunity Reactions

💥🕯️Medicina, Etica e Dissenso: la Visione Igienista di Carlo Ruata (1849–1918)

Introduzione

Nel vasto panorama medico della fine del XIX° e dell’inizio del XX° secolo, una figura si distinse per il coraggio intellettuale con cui sfidò i dogmi emergenti della medicina ufficiale: il Dottor Carlo Ruata. Nato a Montaldo Roero (CN) il 25 giugno 1849 e morto a Perugia l’8 marzo 1918, Ruata fu medico, docente universitario, igienista e autore prolifico. A lui si deve una delle più articolate critiche alla vaccinazione obbligatoria antivaiolosa, fondata non su ideologie negazioniste, ma su dati clinici, osservazioni empiriche e un’etica della medicina pubblica.

Questa figura, oggi per niente ricordata nei manuali di storia della medicina, rappresenta un punto di snodo tra due concezioni della scienza: una dogmatica e centralizzante, l’altra aperta, critica e sociale. In tempi recenti, il dibattito sui vaccini durante la “pandemia” da COVID-19 ha riacceso l’attenzione sul tema del dissenso medico e scientifico, rendendo l’opera di Ruata ancora più attuale. Scopo del presente saggio è analizzare la sua posizione teorica e pratica, confrontarla con quella di altri autori coevi e collocarla nel dibattito contemporaneo.


Carlo Ruata (1849-1918)

Il contesto storico e accademico

L’ultimo quarto dell’Ottocento è caratterizzato dall’affermazione della microbiologia come nuovo paradigma scientifico. La scoperta dei batteri patogeni da parte di Louis Pasteur e Robert Koch trasformò la medicina occidentale in una disciplina laboratoriale e sperimentale. Parallelamente, tuttavia, molti medici europei e italiani svilupparono una visione “igienista” e sistemica delle malattie, sottolineando il ruolo dell’ambiente, della nutrizione, dell’educazione e della disuguaglianza sociale.

In Italia, dopo l’unificazione del 1861, si cercò di uniformare i servizi sanitari e istituire una rete di medicina pubblica. In questo clima, Ruata si affermò come docente all’Università di Perugia dopo essersi laureato a Padova nel 1877. Le sue lezioni e pubblicazioni erano improntate a una visione integrata della medicina, che combinava farmacologia, igiene e responsabilità sociale. Fondò e diresse la rivista “La Salute Pubblica”, rivolta non solo ai medici ma anche agli amministratori e agli insegnanti, con l’intento di diffondere cultura sanitaria. A questa attività affiancò il suo impegno filantropico, fondando un collegio per orfani di medici sostenuto da fondi mutualistici.


La posizione sulle malattie esantematiche

Nel pensiero di Ruata, le cosiddette malattie esantematiche (morbillo, rosolia, varicella) non costituivano automaticamente pericoli da sopprimere attraverso profilassi obbligatorie. Egli sosteneva che molte di queste condizioni, nei bambini, rappresentavano fasi naturali e fisiologiche dello sviluppo immunitario. La loro pericolosità, secondo l’autore, aumentava in presenza di fattori predisponenti come malnutrizione, cattiva igiene, sovraffollamento e precarietà abitativa.

Questa concezione si contrapponeva a quella dominante, che vedeva nella vaccinazione preventiva l’unico strumento per evitare epidemie. Ruata, invece, proponeva un paradigma alternativo: la salute come equilibrio fra individuo e ambiente. Citando anche l’opera di Rudolf Virchow, Ruata sosteneva che ogni politica sanitaria efficace dovesse affrontare le cause sociali e materiali della malattia. In alcuni suoi articoli, definì le malattie infantili “fisiologiche reazioni di adattamento”, non necessariamente patologiche se l’organismo era ben nutrito e l’ambiente favorevole.

📌 Non delle vere e proprie “malattie” in senso patologico..

Secondo Ruata e altri medici igienisti del suo tempo, molte malattie esantematiche non erano malattie in senso patologico, bensì processi fisiologici dell’organismo in crescita, spesso legati a condizioni ambientali o sociali deteriori.

Venivano considerate “crisi eliminative” o fasi naturali di adattamento, in particolare nei bambini, non necessariamente da prevenire a ogni costo con vaccinazioni.

Morbillo e varicella, ad esempio, erano spesso visti come manifestazioni di disintossicazione dell’organismo infantile, e solo pericolose in ambienti malsani, sovraffollati o in soggetti malnutriti. 

📌 Ruolo della nutrizione, igiene e ambiente

Ruata sosteneva che le vere cause delle “malattie” fossero ambientali, sociali e alimentari, non semplicemente microbiologiche.

Per lui la povertà, l’igiene carente, il freddo, il lavoro minorile e la carenza di nutrizione erano fattori predisponenti determinanti.

 📌 Concordanze con altri medici coevi:

Le sue idee erano condivise, con sfumature diverse, da altri medici e intellettuali del tempo, tra cui:

Dott. Antonino Ranfaldi, critico della teoria batterica assolutista.

Prof. Charles Creighton (UK), autore della prima vera storia critica della vaccinazione

Dr. Walter Hadwen, medico inglese e attivista antivaccinista.

Prof. Edgar Crookshank, che contestò l’efficacia della vaccinazione antivaiolosa in Inghilterra


La critica alla vaccinazione obbligatoria

Il cuore dell’attività teorica e militante di Ruata riguarda la sua ferma opposizione alla vaccinazione antivaiolosa obbligatoria. In testi fondamentali come “Contro la rivaccinazione obbligatoria” (1899) e “La vaccinazione: sua storia e i suoi effetti” (1912), egli sviluppa una critica fondata su documentazione medica, dati statistici e riflessioni etiche.

Tra i punti principali sollevati vi sono:

  • La documentazione di casi di vaiolo in soggetti già vaccinati, a riprova dell’efficacia non assoluta della profilassi;
  • La presenza di effetti avversi gravi, incluse infezioni crociate e trasmissioni di sifilide, derivanti da tecniche di vaccinazione contaminate;
  • La mancanza di studi indipendenti che dimostrassero, in modo scientificamente inoppugnabile, il beneficio netto della vaccinazione rispetto ai suoi costi sanitari e sociali;
  • La critica all’autoritarismo dello Stato, che imponeva l’obbligo vaccinale senza lasciare spazio a consenso informato o dissenso motivato.

In un passo significativo, Ruata osservava: “Non può essere scienza ciò che si impone senza possibilità di verifica”. Il contesto politico dell’epoca, con la legge del 1888 sull’obbligatorietà della vaccinazione, vide una reazione da parte di una minoranza di medici e cittadini, ma anche una stampa perlopiù favorevole al provvedimento. Ruata si trovò quindi in una posizione di contrasto sia con l’accademia sia con le autorità sanitarie centrali.


Una medicina etica e sociale

Il pensiero di Ruata si inserisce in una più ampia riflessione sulla medicina come scienza sociale. Egli riteneva che il sapere medico dovesse essere messo al servizio del miglioramento delle condizioni di vita, e non subordinato a interessi di Stato o industrie farmaceutiche. Promuoveva un modello sanitario fondato sulla prevenzione ambientale, sull’educazione alla salute e sulla responsabilità etica del medico.

Tra le sue proposte vi erano campagne igieniche nelle scuole, la diffusione dell’educazione alimentare e il miglioramento delle condizioni abitative. Riteneva il medico un educatore prima ancora che un tecnico. Il suo approccio anticipava concetti oggi centrali nella medicina di comunità e nella promozione della salute basata sui determinanti sociali.


Confronto con altri autori e visioni affini

Le posizioni di Ruata si inseriscono in un filone critico internazionale. In Gran Bretagna, Charles Creighton pubblicava nel 1891 la monumentale “A History of Epidemics in Britain”, in cui metteva in discussione l’efficacia e la moralità della vaccinazione antivaiolosa. Edgar Crookshank, professore di patologia, arrivava a conclusioni analoghe basandosi su esperienze cliniche. Walter Hadwen, medico e attivista, insisteva sull’importanza dell’igiene e dell’alimentazione rispetto alla profilassi vaccinale.

In Italia, Antonino Ranfaldi, medico e divulgatore, sviluppò posizioni simili, seppur con maggiore cautela. Tutti questi autori condividevano l’idea che la medicina dovesse mantenere un carattere pubblico, etico e verificabile. Sebbene non appartenessero a un unico movimento formale, questi pensatori spesso si citavano a vicenda e partecipavano agli stessi congressi di medicina sociale e profilassi, evidenziando una rete culturale transnazionale di dissenso medico.


Attualità del pensiero di Ruata

La riflessione di Ruata conserva una sorprendente attualità. Le controversie attorno alla vaccinazione obbligatoria, riemerse durante la pandemia da COVID-19, ripropongono temi a lui cari: trasparenza, consenso informato, libertà terapeutica, ruolo dell’autorità sanitaria. Le sue critiche non vanno lette come rifiuto aprioristico della scienza, ma come richiesta di una scienza pluralista, aperta al confronto, in grado di riconoscere i propri limiti e correggersi.

Casi recenti di sospensione di medici per opinioni divergenti mostrano che la questione dell’equilibrio tra autorità e libertà nella medicina è tutt’altro che risolta. Ruata sarebbe stato, oggi, tra coloro che chiedono un dialogo tra evidence-based medicine e narrative-based medicine, per valorizzare anche l’esperienza dei pazienti e dei professionisti.

Conclusione

La figura di Carlo Ruata emerge come quella di un medico-filosofo, un intellettuale critico capace di coniugare rigore scientifico, coscienza sociale ed etica professionale. In un’epoca in cui la medicina tendeva a trasformarsi in un sistema tecnocratico e dogmatico, egli rivendicò il diritto del medico di pensare, discutere, dissentire.

La sua eredità è preziosa non perché avesse sempre ragione, ma perché ci ricorda che la scienza autentica è fatta di confronto, trasparenza e umiltà. Ruata fu una voce fuori dal coro, ma profondamente inserita nella migliore tradizione della medicina democratica e umanista. In un’epoca in cui si discute ancora di obblighi sanitari, consenso informato, fiducia pubblica e libertà accademica, la sua opera ci invita a non sacrificare mai l’etica in nome dell’efficienza, né il dubbio in nome della convenienza.


Bibliografia essenziale

Note

  1. La legge Crispi-Pagliani del 1888 rese obbligatoria la vaccinazione antivaiolosa in Italia e stabilì l’assetto sanitario moderno dello Stato unitario.
  2. Rudolf Virchow, patologo tedesco, sosteneva che “la medicina è una scienza sociale, e la politica non è altro che medicina su larga scala”.
  3. La rivista “La Salute Pubblica”, fondata da Ruata, si pubblicò tra la fine del XIX secolo e il primo decennio del XX, affrontando temi di igiene, sanità pubblica e formazione civica.
  4. Il concetto di medicina narrativa (narrative-based medicine) si è diffuso nei primi anni 2000 come risposta critica alla riduzione dell’esperienza clinica a soli dati quantitativi.
  5. Alcune critiche moderne alla vaccinazione obbligatoria si fondano sul principio di autodeterminazione del paziente, in continuità ideale con alcune istanze sollevate da Ruata.

Autore testo, data mixing e data mining: Davide Suraci
Pubblicato il 27 Giugno 2025 su: Autoimmunity Reactions

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