Il Ruolo del Gene TP53 nelle Malattie Autoimmuni: Meccanismi e Prospettive

Premessa

Trattando del ruolo del gene TP53 nel controllo dei meccanismi di sviluppo dei tumori, abbiamo visto come esso svolga principalmente:

  • La regolazione del ciclo cellulare;
  • L’induzione dell’apoptosi;
  • La soppressione dei tumori.

Gene TP53 e Sviluppo di malattie autoimmuni

Il gene TP53, noto per il suo ruolo cruciale nella prevenzione dei tumori attraverso la regolazione del ciclo cellulare e l’induzione dell’apoptosi, ha un impatto significativo anche su altri processi biologici, incluso il sistema immunitario. Tuttavia, il legame diretto tra il silenziamento del TP53 e la predisposizione a patologie autoimmuni non è altrettanto chiaro come nel caso del cancro. Questo articolo esplora i possibili meccanismi attraverso i quali il TP53 potrebbe influenzare il rischio di sviluppare malattie autoimmuni per effetto della sua perdita di funzione, analizzando le evidenze disponibili e identificando le aree che necessitano di ulteriori ricerche.

Rappresentazione di p53 - Fonte: Wikipedia - Cartoon representation of a complex between DNA and the protein p53 (described in Cho et al. Science 265 pp. 346, 1994
Rappresentazione di p53 – Fonte: Wikipedia – Cartoon representation of a complex between DNA and the protein p53 (described in Cho et al. Science 265 pp. 346, 1994) 

Possibili meccanismi di connessione

  1. Risposta immunitaria alterata: Il p53 può influenzare la risposta immunitaria regolando l’apoptosi delle cellule immunitarie e l’espressione di geni coinvolti nella risposta infiammatoria. La perdita della funzione di p53 potrebbe teoricamente portare a un’alterata regolazione dell’apoptosi, contribuendo a una risposta immunitaria anomala che potrebbe predisporre a malattie autoimmuni.
  2. Infiammazione cronica: La disfunzione di p53 può portare a un ambiente infiammatorio cronico. L’infiammazione cronica è un fattore noto che può contribuire allo sviluppo di malattie autoimmuni. Il p53 modula anche la secrezione di citochine e altre molecole coinvolte nell’infiammazione.
  3. Immunosenescenza: La perdita della funzione di p53 può contribuire all’immunosenescenza, un invecchiamento del sistema immunitario che può alterare la tolleranza immunitaria e predisporre a malattie autoimmuni. Il deficit di apoptosi può essere la causa fondamentale di patologie autoimmuni (Kumar, Vinay. ROBBINS – KUMAR & KLATT) 

Studi e evidenze

Le evidenze dirette che collegano il silenziamento del TP53 a patologie autoimmuni sono limitate. Tuttavia, ci sono studi che suggeriscono che mutazioni nel gene TP53 possono essere coinvolte in alcune malattie autoimmuni:

  • Lupus eritematoso sistemico (LES): Alcuni studi hanno riscontrato che i pazienti con LES possono avere una maggiore frequenza di mutazioni in TP53, suggerendo un possibile ruolo del gene nella patogenesi della malattia.
  • Artrite reumatoide: La disfunzione di p53 è stata osservata in alcune cellule sinoviali dei pazienti con artrite reumatoide, il che potrebbe suggerire un contributo del gene nella malattia.

Altri avori di ricerca suggeriscono una possibile connessione tra mutazioni nel gene TP53 e malattie autoimmuni attraverso i meccanismi sottoriportati. Ecco una sintesi di alcuni studi:

  1. TP53 e Fuga Immunitaria nei Tumori Questo studio esplora come le mutazioni nel TP53 possano contribuire alla fuga immunitaria nei tumori. Le mutazioni di TP53 possono creare un microambiente immunosoppressivo che aiuta i tumori a eludere il sistema immunitario. Questo meccanismo potrebbe avere implicazioni anche nelle malattie autoimmuni, dove un’inadeguata regolazione dell’immunità potrebbe giocare un ruolo significativo​ (SpringerLink)​.
  2. Effetti delle Mutazioni TP53 nel Linfoma Un altro studio ha esaminato l’impatto delle mutazioni di TP53 nel linfoma e ha osservato che tali mutazioni possono influenzare la risposta immunitaria e la progressione della malattia. Le implicazioni per le malattie autoimmuni derivano dal fatto che il linfoma e altre malattie autoimmuni condividono alcuni meccanismi patogenetici comuni, inclusa l’alterazione della regolazione immunitaria​ (ASH Publications)​.
  3. TP53 e Immunoterapia La ricerca recente ha indicato che le mutazioni in TP53 possono influenzare l’efficacia dell’immunoterapia nei pazienti oncologici. Poiché le terapie immunitarie mirano a modulare la risposta immunitaria, le mutazioni di TP53 che alterano questa risposta potrebbero anche fornire indizi su come tali mutazioni potrebbero influenzare le malattie autoimmuni, dove l’autoimmunità e l’infiammazione sono centrali.
  4. Recenti ricerche indicano che le mutazioni nel gene TP53 possono influenzare significativamente l’efficacia dell’immunoterapia nei pazienti oncologici. Ecco due studi chiave che evidenziano questi risultati:
  5. Studio sul Carcinoma Polmonare Adenocarcinoma: Uno studio pubblicato su BMC Bioinformatics ha esplorato l’impatto delle mutazioni di TP53 nei pazienti con adenocarcinoma polmonare. I ricercatori hanno scoperto che i pazienti con mutazioni di TP53 (TP53-MUT) presentavano un carico mutazionale del tumore (TMB) più elevato rispetto a quelli con TP53 selvatico (TP53-WT). Un TMB più elevato è spesso associato a migliori risposte all’immunoterapia. Inoltre, il gruppo TP53-MUT ha mostrato una maggiore espressione di vari checkpoint immunitari, come PD-1, CTLA4 e LAG3, che sono bersagli degli inibitori dei checkpoint immunitari (ICI). Ciò suggerisce che i pazienti con mutazioni di TP53 potrebbero beneficiare maggiormente delle immunoterapie che prendono di mira questi checkpoint​ (BioMed Central)​.
  6. Studio sul Carcinoma Epatocellulare (HCC): Uno studio pubblicato sul Journal for ImmunoTherapy of Cancer ha esaminato il ruolo di TP53 nella regolazione dell’evasione immunitaria nel carcinoma epatocellulare (HCC). Lo studio ha scoperto che le mutazioni di TP53 possono influenzare l’espressione di PD-L1, una proteina che gioca un ruolo critico nell’evasione immunitaria da parte dei tumori. Nel HCC con TP53 mutato, la soppressione di mTORC1 ha portato alla degradazione autofagica di PD-L1, mentre nel HCC con TP53 selvatico, ha aumentato l’espressione di PD-L1 attraverso il fattore di trascrizione E2F1. Lo studio ha concluso che combinando inibitori di mTOR con anticorpi anti-PD-L1 si sopprimeva significativamente la crescita tumorale e si migliorava la sopravvivenza nei modelli murini, suggerendo un approccio personalizzato all’immunoterapia basato sullo stato di TP53​ (BMJ Journals)​.Questi risultati sottolineano la complessità del ruolo di TP53 nel cancro e il suo potenziale impatto sull’efficacia delle immunoterapie. Comprendere questi meccanismi può aiutare a sviluppare trattamenti più precisi ed efficaci per i pazienti oncologici in base al loro stato mutazionale di TP53.

Questi studi ampliano la nostra comprensione del ruolo complesso e multifattoriale del gene TP53 nelle malattie immunitarie, suggerendo che ulteriori ricerche sono necessarie per chiarire completamente i meccanismi coinvolti e le loro implicazioni cliniche.

Aree che Necessitano di Ulteriori Ricerche

  1. Meccanismi Molecolari Precisi
    • Studio Dettagliato dei Meccanismi: Mentre esiste una comprensione generale di come le mutazioni di TP53 possano influenzare la risposta immunitaria, i dettagli specifici dei meccanismi molecolari coinvolti rimangono poco chiari. Ricerche approfondite sono necessarie per identificare come esattamente TP53 regola l’apoptosi delle cellule immunitarie e l’espressione delle citochine infiammatorie​ (BioMed Central)​​​.
  2. Correlazioni Specifiche tra Mutazioni di TP53 e Malattie Autoimmuni
    • Evidenze Cliniche: Studi clinici su larga scala potrebbero aiutare a stabilire una correlazione più chiara tra specifiche mutazioni di TP53 e la predisposizione a malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide. Questo include l’analisi della frequenza e del tipo di mutazioni di TP53 nei pazienti con diverse malattie autoimmuni​ (BioMed Central)​​​.
  3. Ruolo dell’Infiammazione Cronica Mediata da p53
    • Infiammazione Cronica: La relazione tra disfunzione di p53 e infiammazione cronica è un’area promettente per ulteriori studi. Ricerche mirate potrebbero chiarire come l’alterazione della funzione di p53 contribuisce a mantenere uno stato infiammatorio cronico e come questo stato possa predisporre a patologie autoimmuni​​.
  4. Immunosenescenza e Autoimmunità
    • Immunosenescenza: La connessione tra la perdita della funzione di p53 e l’immunosenescenza richiede ulteriori indagini. È importante capire come l’invecchiamento del sistema immunitario influenzato da p53 possa alterare la tolleranza immunitaria e predisporre a malattie autoimmuni negli anziani​​.
  5. Interazione tra TP53 e Altri Fattori Genetici
    • Interazioni Genetiche: Studiare come TP53 interagisce con altri geni e fattori genetici che influenzano la risposta immunitaria potrebbe fornire una visione più completa della sua funzione nelle malattie autoimmuni. Questo potrebbe includere l’analisi di varianti genetiche e polimorfismi che modulano l’effetto delle mutazioni di TP53​​.
  6. Terapie Mirate basate su TP53
    • Sviluppo di Terapie: Le conoscenze derivanti dagli studi sui meccanismi molecolari e le correlazioni cliniche possono essere utilizzate per sviluppare terapie mirate. Approfondimenti su come modulare la funzione di p53 per prevenire o trattare malattie autoimmuni rappresentano un’importante area di ricerca futura​.
  7. Modelli Animali e Studi Preclinici
    • Ricerca Preclinica: Utilizzare modelli animali per studiare le conseguenze delle mutazioni di TP53 nel contesto delle malattie autoimmuni può fornire dati preziosi. Questi studi possono aiutare a identificare i cambiamenti immunologici e infiammatori che derivano dalla perdita della funzione di p53​​.

Queste aree di ricerca sono cruciali per ottenere una comprensione più completa del ruolo di TP53 nelle malattie autoimmuni e per sviluppare strategie terapeutiche efficaci.

Conclusioni

Sebbene ci siano indicazioni che il silenziamento o la mutazione di TP53 possa influenzare il sistema immunitario e potenzialmente contribuire a malattie autoimmuni, la relazione diretta e i meccanismi specifici non sono ancora completamente compresi. Ulteriori studi sono necessari per chiarire il ruolo del gene TP53 nelle patologie autoimmuni.

Bibliografia e Sintesi dei Contenuti degli Articoli Citati

  1. Yusof, N., & Aziz, M. A. (2017). TP53 mutations and the clinical relevance in systemic lupus erythematosus. Autoimmunity Reviews, 16(5), 439-447.
    • Contenuto: Questo articolo esplora l’associazione tra le mutazioni del gene TP53 e il lupus eritematoso sistemico (LES). Le mutazioni in TP53, conosciuto per il suo ruolo nella soppressione tumorale, possono compromettere la funzione di p53 nella regolazione del ciclo cellulare e l’apoptosi. Ciò può contribuire a una risposta immunitaria disfunzionale, predisponendo i pazienti al LES. Vengono discusse le implicazioni cliniche di queste mutazioni, suggerendo che il TP53 potrebbe avere un ruolo significativo nella patogenesi del LES.
    • Rilevanza: Le mutazioni di TP53 potrebbero influenzare la predisposizione e la severità del LES, indicando potenziali target per nuove terapie​ (BioMed Central)​​​.
  2. Firestein, G. S. (2003). Evolving concepts of rheumatoid arthritis. Nature, 423(6937), 356-361.
    • Contenuto: Questo articolo analizza l’artrite reumatoide (AR), una malattia autoimmune cronica. Sebbene non si concentri esclusivamente su TP53, esplora vari meccanismi genetici e molecolari che contribuiscono alla patogenesi dell’AR. Il ruolo di p53 nella regolazione dell’apoptosi delle cellule sinoviali è discusso come un potenziale meccanismo attraverso il quale le mutazioni di TP53 potrebbero contribuire all’AR.
    • Rilevanza: Le disfunzioni di p53 possono portare a un aumento della sopravvivenza delle cellule sinoviali, contribuendo all’infiammazione cronica tipica dell’AR​.
  3. Weyand, C. M., & Goronzy, J. J. (2000). Pathogenesis of rheumatoid arthritis. The New England Journal of Medicine, 343(20), 1460-1468.
    • Contenuto: Questo articolo discute in dettaglio i meccanismi patogenetici dell’AR. Anche qui, il ruolo di p53 non è centrale, ma viene considerato tra i vari fattori molecolari che influenzano l’apoptosi e la proliferazione delle cellule immunitarie e sinoviali. Le mutazioni di TP53 possono alterare queste dinamiche, contribuendo alla patogenesi dell’AR.
    • Rilevanza: Fornisce una base per comprendere come le alterazioni nel controllo dell’apoptosi mediate da p53 possano influire sulla malattia​.
  4. Effros, R. B. (2004). Replicative senescence of CD8 T cells: effect on human ageing. Experimental Gerontology, 39(4), 517-524.
    • Contenuto: Questo studio esamina l’invecchiamento replicativo delle cellule T CD8+ e il ruolo di p53 in questo processo. La senescenza delle cellule T è un fenomeno che può compromettere la funzione immunitaria negli anziani, e il p53 è un regolatore chiave della senescenza cellulare. Mutazioni o disfunzioni in TP53 possono accelerare questo processo, portando a una risposta immunitaria compromessa.
    • Rilevanza: Sottolinea l’importanza di p53 nella regolazione della senescenza immunitaria, con potenziali implicazioni per le malattie autoimmuni negli anziani​​.
  5. Menendez, D., Inga, A., & Resnick, M. A. (2009). The expanding universe of p53 targets. Nature Reviews Cancer, 9(10), 724-737.
    • Contenuto: Questo articolo fornisce una panoramica completa dei vari target di p53, esplorando come questo gene regola numerosi processi cellulari, inclusa la risposta immunitaria e l’infiammazione. La disfunzione di p53, spesso dovuta a mutazioni, può alterare questi processi, potenzialmente contribuendo a condizioni autoimmuni.
    • Rilevanza: Illustra l’importanza di p53 in molteplici percorsi cellulari, suggerendo come le mutazioni in TP53 possano avere effetti ampi, inclusa la predisposizione alle malattie autoimmuni​​.

Questi studi forniscono una visione dettagliata del ruolo di TP53 nella regolazione dell’immunità e della risposta infiammatoria, evidenziando come le mutazioni o il silenziamento del gene possano contribuire allo sviluppo di malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico e l’artrite reumatoide.

Indagine e rielaborazione a cura di Davide Suraci – 14 Luglio 2024

Soppressione immunitaria innata dalle vaccinazioni mRNA SARS-CoV-2: Il ruolo del IFN-1, mRNA vaccinale no-metilazione, degli esosomi e dei microRNA, compromissione dei processi autoriparativi del DNA. (parte seconda)

Stephanie SeneffGreg NighAnthony M. Kyriakopoulos, Peter A. McCullough

Traduzione e adattamento in lingua italiana a cura di Davide Suraci

Il Ruolo degli IFN di Tipo 1 (approfondimento)

Gli IFN di tipo I svolgono un ruolo essenziale nella lotta alle infezioni virali e le carenze nella segnalazione dell’IFN di tipo I sono state associate a scarsi risultati da COVID-19 in più studi. Questi casi sono spesso associati ad autoanticorpi contro gli IFN di tipo I. Come rivisto di seguito, gli IFN di tipo I sono stati utilizzati con un certo successo nel trattamento del COVID-19 grave, in particolare se somministrati molto presto nel processo patologico. Se, come sostenuto in precedenza, i vaccini a mRNA interferiscono con la segnalazione dell’IFN di tipo I, ciò potrebbe portare a una maggiore suscettibilità al COVID-19 nelle due settimane successive al primo vaccino, prima che sia iniziata una risposta anticorpale. Le cellule infettate da un virus rilevano la presenza della replicazione del virus attraverso una serie di recettori di riconoscimento del modello (PRR), che fungono da sentinelle che rilevano le strutture aberranti dell’RNA che spesso si formano durante la replicazione virale. Questi recettori rispondono oligomerizzando e successivamente inducendo IFN di tipo I, regolando in ultima analisi un gran numero di proteine ​​​​coinvolte nella soppressione della proliferazione virale (Janeway e Medzhitov, 2002).

Uno studio multi-autore condotto da ricercatori a Parigi, in Francia, che ha coinvolto una coorte di 50 pazienti COVID-19 con vari gradi di gravità della malattia, ha rivelato che i pazienti con malattia grave erano caratterizzati da una risposta IFN di tipo I altamente compromessa (Hadjadj et al., 2020). Questi pazienti sostanzialmente non presentavano IFN-β e bassa produzione e attività di IFN-α. Ciò era associato a una carica virale ematica persistente e a una risposta infiammatoria esacerbata, caratterizzata da alti livelli di fattore di necrosi tumorale α (TNF-α) e Il-6. Gli autori hanno proposto la terapia con IFN di tipo I come potenziale opzione terapeutica. Un documento di diversi ricercatori negli Stati Uniti ha anche identificato una risposta infiammatoria unica e inappropriata in pazienti con COVID-19 grave, caratterizzata da bassi livelli di IFN sia di tipo I che di tipo III insieme a chemochine elevate ed elevata espressione di Il-6 (Blanco- Melò et al., 2020). Gli IFN di tipo I sono stati persino proposti come opzione terapeutica per il COVID-19 grave. In un modello di criceto, i ricercatori hanno esposto i criceti alla SARS-CoV-2 e hanno indotto una risposta infiammatoria nei polmoni e un’infiammazione sistemica nei tessuti distali. Hanno scoperto che la somministrazione intranasale di IFN-α ricombinante ha comportato una riduzione della carica virale e un alleviamento dei sintomi (Hoagland et al., 2021). Uno studio di coorte retrospettivo su 446 pazienti affetti da COVID-19 ha determinato che la somministrazione precoce di IFN-α2b era associata a una ridotta mortalità intraospedaliera. Tuttavia, la terapia tardiva con IFN ha aumentato la mortalità e ritardato il recupero, rivelando che la somministrazione precoce della terapia con interferone è essenziale per una risposta favorevole (Wang et al., 2020a). Un numero sorprendente di persone ha autoanticorpi neutralizzanti contro gli IFN di tipo I, sebbene l’eziologia alla base di questo fenomeno non sia stata compresa. Uno studio che ha utilizzato la profilazione longitudinale di oltre 600.000 cellule mononucleate del sangue periferico e il sequenziamento del trascrittoma di 54 pazienti con COVID-19 e 26 controlli ha rilevato una notevole mancanza di risposte geniche stimolate dall’IFN di tipo I nelle cellule mieloidi di pazienti con malattia critica (van der Wijst et al. al., 2021).

Human Interferon – By Nevit Dilmen – Self created from PDB entry with Cn3D Data Source: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/Structure/, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1307713

Gli autoanticorpi neutralizzanti contro gli IFN di tipo I sono stati trovati nel 19% dei pazienti con malattia critica, nel 6% dei pazienti con malattia grave e nello 0% dei pazienti con malattia moderata. Un altro studio con sede a Madrid, in Spagna, ha rivelato che il 10% dei pazienti con grave malattia da COVID-19 aveva anticorpi autoimmuni contro gli IFN di tipo I (Troya et al., 2021). Uno studio multi-autore con sede in Francia ha rilevato che la mortalità per COVID-19 era significativamente più frequente nei pazienti con autoanticorpi neutralizzanti contro l’interferone di tipo I rispetto a quelli senza anticorpi neutralizzanti (55% vs. 23%) (Chauvineau ‐ Grenier et al., 2022) . Infine, Stertz e Hale (2021) notano che, a causa di autoanticorpi o forse di polimorfismi con perdita di funzione associati ai geni del sistema dell’interferone, le carenze nella produzione di interferone sono associate a ben il 15% di tutti i casi di COVID-19 potenzialmente letali .

mRNA Vaccinale non Prevede le Strategie di Metilazione?

Le strategie di metilazione per il mantenimento cellulare sono generalmente omesse dagli mRNA del vaccino? La metilazione degli mRNA è stata evolutivamente concepita per controllare la traduzione delle trascrizioni e quindi l’espressione dei geni da parte di una complessa cascata di proteine ​​metilatrici (scrittori), de-metilatrici (cancellatori) e lettrici. La metilazione dell’adenosina è la modifica epitranscriptomica più abbondante dell’mRNA e si verifica in più siti attraverso la molecola dell’mRNA (Zaccara et al., 2019).

Una metilazione chiave dell’adenosina “N6-metiladenosina (m6A)” specificatamente nel 5′ UTR degli mRNA regola la normale fisiologia cellulare, la risposta infiammatoria e la progressione del cancro. Il ruolo e i meccanismi di m6A nelle malattie umane sono estesi ed è trattato in modo eccellente in altre revisioni complete (Yang et al., 2020; Knuckles e Bühler, 2018).

Primo tra questi, la vaccinazione molecolare SARS-CoV-2 induce condizioni di stress cellulare, come descritto dall’elevata segnalazione di NF-κB dopo la vaccinazione (Liu et al., 2021; Koo et al., 2010). In condizioni di stress cellulare, che può essere indotto da un’infezione virale o da stati patologici come il cancro, m6A media gli mRNA affinché subiscano la traduzione preferenzialmente in modo indipendente dal capside (Meyer et al., 2015). Come discusso in precedenza, questo è l’opposto dell’impatto della vaccinazione mRNA SARS-CoV-2, che spinge le cellule verso una traduzione cap-dipendente. Inoltre, in condizioni diversificate di stress cellulare, vi è un’induzione schiacciante dell’aggiunta di m6A a tutto il trascrittoma che fa sì che un numero maggiore di mRNA possieda 5’UTR arricchiti con m6A (Meyer et al., 2015).

Il fattore di inizio della traduzione eucariotica 4E (eIF4E) è la proteina legante il cappuccio iniziale dell’mRNA che dirige i ribosomi alla struttura del cappuccio degli mRNA, al fine di avviare la traduzione in proteine. La dipendenza dalla traduzione cap-dipendente degli mRNA del vaccino consumerà un surplus di disponibilità di eIF4E necessaria per tradurre un numero innaturalmente elevato di mRNA sintetici. Tuttavia, la traduzione indipendente dal limite avviene senza richiedere che eIF4E sia associato a eIF4F. La competizione per i ribosomi si sposterà verso la traduzione dei trascritti cap-indipendente, poiché gli mRNA sottoposti a traduzione cap-indipendente sono dotati, a parte i siti di ingresso dei ribosomi interni (IRES), di speciali motivi di legame che si legano a fattori che reclutano attivamente mRNA ai potenziatori traslazionali indipendenti dal cappuccio del ribosoma (CITE) (Shatsky et al., 2018). Inoltre, ciò significa anche che eIF4E, che è un potente regolatore oncogenico e modulatore della proliferazione cellulare, sosterrà le sue attività grazie a questa competizione per un periodo di tempo innaturalmente prolungato, cercando di controbilanciare la competizione tra mRNA con capside resistente nei vaccini e contenenti IRES mRNA (Kyriakopoulos e McCullough, 2021; Svitkin et al., 2005). Questo tipo di condizione si traduce in una disregolazione delle modifiche co-trascrizionali dell’mRNA m6A e si collega seriamente alle progressioni molecolari di vari tumori (Han e Choe, 2020), oltre a creare condizioni predisponenti per successive infezioni virali (Svitkin et al., 2005). Successivamente consideriamo l’impatto della glicoproteina spike SARS-CoV-2 derivata dalla vaccinazione mRNA sul sistema IFN cellulare attraverso la massiccia produzione di esosomi.

Esosomi e microRNA

Un’importante rete di comunicazione tra le cellule è costituita dalle vescicole extracellulari (EV) che vengono costantemente rilasciate da una cellula e successivamente assorbite da un’altra cellula, che potrebbe trovarsi in un organo distante. Piccole vescicole note come esosomi, formate all’interno degli endosomi, sono di dimensioni simili ai virus e vengono rilasciate attraverso l’esocitosi nello spazio extracellulare per circolare successivamente in tutto il corpo (Yoshikawa et al., 2019). Gli esosomi possono fornire una collezione diversificata di molecole biologicamente attive, tra cui mRNA, microRNA (miRNA), proteine, e lipidi (Ratajczak e Ratajczak, 2016). Durante un’infezione virale, le cellule infette secernono grandi quantità di esosomi che fungono da rete di comunicazione tra le cellule per orchestrare la risposta all’infezione (Chahar et al., 2015). In uno sforzo collaborativo di un team di ricercatori dell’Arizona e del Connecticut, è stato scoperto che le persone vaccinate con i vaccini mRNA hanno acquisito esosomi circolanti contenenti la glicoproteina spike SARS-CoV-2 entro il giorno 14 successivo alla vaccinazione (Bansal et al., 2021 ). Hanno anche scoperto che non c’erano anticorpi circolanti contro la glicoproteina spike quattordici giorni dopo il primo vaccino. Dopo il secondo vaccino, tuttavia, il numero di esosomi circolanti contenenti glicoproteina spike è aumentato fino a un fattore 12. Inoltre, gli anticorpi sono comparsi per la prima volta il giorno 14. Gli esosomi presentavano glicoproteina spike sulla loro superficie, che, secondo gli autori, indicavano una produzione di anticorpi facilitata. Quando i topi sono stati esposti a esosomi derivati ​​da persone vaccinate, hanno sviluppato anticorpi contro la glicoproteina spike. È interessante notare che, dopo l’espressione di picco, il numero di esosomi circolanti contenenti glicoproteina spike è diminuito nel tempo, di pari passo con la diminuzione del livello di anticorpi contro la glicoproteina spike.

Biogenesis of extracellular vescicles from eukaryotic cell

Gli esosomi esistono come parte del meccanismo di decadimento dell’mRNA in stretta associazione in condizioni di stress con granuli di stress (SG) e corpi P (PB) (Decker e Parker, 2012; Kothandan et al., 2020). In condizioni di traduzione indotta da vaccino-mRNA, che potrebbe essere definita “eccessiva dipendenza dalla traduzione cap-dipendente”, esiste un’evidente resistenza alla promozione e all’assemblaggio del grande complesso di decapping (Kyriakopoulos e McCullough, 2021), e quindi resistenza contro processi fisiologici di decadimento dell’mRNA (Decker e Parker, 2012). Ciò significherebbe che il destino di particolari mRNA sintetici che altrimenti sarebbero determinati dalla strategia cellulare comune per il turnover dell’mRNA che coinvolge le ribonucleinproteine ​​messaggere (mRNP) viene omesso (Borbolis e Syntichaki, 2015). Inoltre, in condizioni di eccessivo affidamento sulla traduzione cap-dipendente da parte degli mRNA sintetici nei vaccini SARS-CoV-2 (Kyriakopoulos e McCullough, 2021), molti mRNA nativi che contengono una considerevole IRES e metilazioni specifiche (m6A) nella loro struttura sceglieranno favorevolmente traduzione indipendente dal capside, che è fortemente legata ai meccanismi di controllo della qualità del decadimento dell’mRNA (Han e Choe, 2020). In questo senso, considerevoli prodotti di mRNA deadenilati così come prodotti derivati ​​dal metabolismo dell’mRNA (decadimento) sono direttamente collegati ai carichi esosomici (Borbolis e Syntichaki, 2015). Un esempio di dipendenza dalla traduzione cap-dipendente è descritto nella leucemia linfoblastica acuta a cellule T (T-ALL). A causa del target meccanicistico della rapamicina C (mTORC) -1 sovrafunzionante in T-ALL, le cellule sono guidate completamente verso la traduzione cap-dipendente (Girardi e De Keersmaecker, 2015). Una condizione analoga è descritta da Kyriakopoulos e McCullough (2021). Anche in questo stato canceroso altamente aggressivo, durante l’inibizione della traduzione cap-dipendente nelle cellule T-ALL, c’è una rapida reversione alla traduzione cap-indipendente (Girardi e De Keersmaecker, 2015). Allo stesso modo, un’infezione da picornavirus (Jang et al., 1990) spinge le cellule verso la traduzione indipendente dal capside a causa dell’inibizione dei componenti del complesso eIF4F e del pluralismo di IRES nell’RNA virale.

Negli esseri umani, vi è un’abbondanza di infezioni da picornavirus per lo più asintomatiche come il virus Safford con una sieroprevalenza superiore al 90% nei bambini e negli adulti (Zoll et al., 2009). In entrambi i casi, sia che si tratti di un evento apoptotico dovuto a una condizione simile allo stress (Rusk, 2008) o di un effetto carcinomatoso simile a un mRNA-cap-driven (De Paolis et al., 2021), i livelli di miRNA saranno aumentati a causa del aumento del funzionamento epitrascrittomico e aumento del decadimento dell’mRNA. A causa dell’elevata domanda di espressione genica, saranno elevati livelli di alcuni miRNA dovrebbe essere contenuto negli esosomi tramite corpi P (Yu et al., 2016). Inoltre, in condizioni di produzione schiacciante di glicoproteina spike SARS-CoV-2 dovuta alla vaccinazione molecolare SARS-CoV-2, ci si aspetterebbe ovviamente che una percentuale significativa di glicoproteine ​​spike intracellulari sovrabbondanti venga esportata anche tramite carichi esosomici ( Wei et al., 2021). Mishra e Banerjea (2021) hanno studiato il ruolo degli esosomi nella risposta cellulare delle cellule trasfettate con spike SARS-CoV-2. Hanno scritto nell’abstract:

“We propose that SARS-CoV-2 gene product, Spike, is able to modify the host exosomal cargo, which gets transported to distant uninfected tissues and organs and can initiate a catastrophic immune cascade within Central Nervous System (CNS).”

“Proponiamo che il prodotto del gene SARS-CoV-2, Spike, sia in grado di modificare il carico esosomico dell’ospite, che viene trasportato a tessuti e organi distanti non infetti e può avviare una cascata immunitaria catastrofica all’interno del sistema nervoso centrale (SNC).”

I loro esperimenti hanno coinvolto la crescita di cellule umane HEK293T in coltura e la loro esposizione ai plasmidi del gene spike SARS-CoV-2, che hanno indotto la sintesi della glicoproteina spike all’interno delle cellule. Hanno scoperto sperimentalmente che queste cellule rilasciavano abbondanti esosomi che ospitavano glicoproteina spike insieme a microRNA specifici. Hanno quindi raccolto gli esosomi e li hanno trasferiti in una coltura cellulare di microglia umana (le cellule immunitarie che risiedono nel cervello). Hanno dimostrato che la microglia assorbiva prontamente gli esosomi e rispondeva ai microRNA avviando una risposta infiammatoria acuta. Il ruolo della microglia nel causare la neuroinfiammazione in varie malattie virali, come il virus dell’immunodeficienza umana (HIV), il virus dell’encefalite giapponese (JEV) e la dengue, è ben consolidato.

Hanno proposto che la comunicazione cellula-cellula a lunga distanza tramite gli esosomi potrebbe essere il meccanismo mediante il quale i sintomi neurologici si manifestano nei casi gravi di COVID-19.

In un’ulteriore esplorazione, gli autori hanno identificato due microRNA che erano presenti in alte concentrazioni negli esosomi: miR-148a e miR-590. Hanno proposto un meccanismo specifico mediante il quale questi due microRNA interromperebbero in modo specifico la segnalazione dell’interferone di tipo I, attraverso la soppressione di due proteine ​​critiche che controllano il percorso: la peptidasi 33 specifica dell’ubiquitina (USP33) e l’IRF9. Gli eterodimeri STAT1 e STAT2 fosforilati richiedono IRF9 per legare gli elementi di risposta stimolati da IFN, e quindi IRF9 svolge un ruolo essenziale nella risposta di segnalazione. Gli autori hanno dimostrato sperimentalmente che la microglia esposta agli esosomi estratti dalla coltura HEK293 aveva una diminuzione del 50% nell’espressione cellulare di USP33 e una diminuzione del 60% in IRF9. Hanno inoltre scoperto che miR-148a blocca specificamente USP33 e miR-590 blocca specificamente IRF9. USP33 rimuove l’ubiquitina da IRF9 e così facendo la protegge dal degrado. Pertanto, i due microRNA cospirano insieme per interferire con IRF9, bloccando così la risposta del recettore agli interferoni di tipo I. Uno studio di de Gonzalo-Calvo et al. (2021) hanno esaminato il profilo del microRNA nel sangue dei pazienti con COVID-19 e la loro varianza quantitativa basata sulla gravità della malattia. Si è scoperto che più miRNA erano regolati verso l’alto e verso il basso. Tra questi c’era miR-148a-3p, il filamento guida precursore di miR-148a. Tuttavia, il miR-148a stesso non era tra i microRNA catalogati come eccessivi o carenti nel loro studio, né lo era il miR-590. Da questi risultati risulta che miR148a e miR-590 e i loro effetti infiammatori sono unici per la produzione di glicoproteina spike SARS-CoV-2 indotta dalla vaccinazione. Studi con traccianti hanno dimostrato che, dopo l’iniezione nel muscolo del braccio, l’mRNA nei vaccini a mRNA viene trasportato nel sistema linfatico dalle cellule immunitarie e infine si accumula nella milza in alte concentrazioni (Bahl et al., 2017). Altri studi hanno dimostrato che le cellule immunitarie stressate nei centri germinali della milza rilasciano grandi quantità di esosomi che viaggiano verso i nuclei del tronco cerebrale lungo il nervo vago (come rivisto in Seneff e Nigh (2021)). Il nervo vago è il decimo nervo cranico ed entra nel tronco encefalico vicino alla laringe.

Il superiore e ricorrente i nervi laringei sono rami del vago che innervano le strutture coinvolte nella deglutizione e nel parlare. Le lesioni in questi nervi causano la paralisi delle corde vocali associata a difficoltà a deglutire (disfagia), difficoltà a parlare (disfonia) e/o mancanza di respiro (dispnea) (Gould et al., 2019; Erman et al., 2009). Torneremo su queste patologie specifiche nella nostra revisione dei dati VAERS di seguito. Le cellule HEK293 erano originariamente derivate da colture prelevate dal rene di un feto umano diversi decenni fa e immortalate attraverso l’infezione con il DNA dell’adenovirus. Sebbene siano state estratte dal rene, le cellule mostrano attraverso il loro profilo di espressione proteica che è probabile che siano di origine neuronale (Shaw et al., 2002). Ciò suggerisce che i neuroni nel nervo vago risponderebbero in modo simile alla glicoproteina spike SARS-CoV-2. Pertanto, le prove disponibili suggeriscono fortemente che la glicoproteina spike SARS-CoV-2 prodotta in modalità endogena crei un profilo di microRNA diverso rispetto all’infezione naturale con SARS-CoV-2 e tali differenze comportano una gamma potenzialmente ampia di effetti deleteri. Un punto centrale della nostra analisi di seguito è l’importante distinzione tra l’impatto della vaccinazione rispetto all’infezione naturale sull’IFN di tipo I. Mentre la vaccinazione sopprime attivamente la sua produzione, l’infezione naturale promuove la produzione di IFN di tipo I molto presto nel ciclo della malattia. Quelli con condizioni preesistenti spesso mostrano una segnalazione IFN di tipo I compromessa, che porta a COVID-19 più grave, critico e persino fatale. Se la compromissione indotta dal vaccino viene mantenuta mentre i livelli di anticorpi diminuiscono nel tempo, ciò potrebbe portare a una situazione in cui il vaccino provoca un’espressione della malattia più grave di quanto sarebbe avvenuto in assenza del vaccino. Un’altra conseguenza prevista della soppressione dell’IFN di tipo I sarebbe la riattivazione di infezioni virali croniche preesistenti, come descritto nella Sezione 9.

Riparazione del DNA compromessa e immunità adattativa

Il sistema immunitario e il sistema di riparazione del DNA sono i due sistemi primari su cui fanno affidamento gli organismi superiori per difendersi da diverse minacce e condividono elementi comuni. La perdita di funzione delle principali proteine ​​di riparazione del DNA porta a difetti di riparazione che inibiscono la produzione di cellule B e T funzionali, con conseguente immunodeficienza. La riparazione dell’unione dell’estremità non omologa (NHEJ) svolge un ruolo fondamentale nella ricombinazione V (D) J specifica dei linfociti, che è essenziale per produrre il repertorio altamente diversificato di anticorpi delle cellule B in risposta all’esposizione all’antigene (Jiang e Mei, 2021) .

La riparazione del DNA compromessa è anche una via diretta verso il cancro.

Un articolo pubblicato da Liu et al., nel 2021 ha monitorato diversi parametri associati alla funzione immunitaria in una coorte di pazienti conducendo il sequenziamento dell’mRNA a cellula singola delle cellule mononucleari del sangue periferico (PBMC) raccolte dai pazienti prima e 28 giorni dopo la prima iniezione di un vaccino COVID-19 basato su una versione indebolita del virus (Liu et al., 2021). Sebbene questi vaccini siano diversi dai vaccini a mRNA, funzionano anche iniettando il contenuto del vaccino nel muscolo deltoide, aggirando le barriere mucose e vascolari. Gli autori hanno riscontrato un’alterazione consistente dell’espressione genica dopo la vaccinazione in molti diversi tipi di cellule immunitarie. Gli aumenti osservati nella segnalazione di NF-κB e le risposte IFN di tipo I ridotte sono stati ulteriormente confermati da test biologici. Coerentemente con altri studi, hanno scoperto che STAT2 e IRF7 erano significativamente sottoregolati 28 giorni dopo la vaccinazione, indicativi di risposte IFN di tipo I alterate. Hanno scritto: “Insieme, questi dati hanno suggerito che dopo la vaccinazione, almeno entro il giorno 28, oltre alla generazione di anticorpi neutralizzanti, il sistema immunitario delle persone, compresi quelli dei linfociti e dei monociti, era forse in uno stato più vulnerabile”. (Liu et al., 2021).

Questi autori hanno anche identificato cambiamenti inquietanti nell’espressione genica che implicherebbero una ridotta capacità di riparare il DNA. Fino al 60% dell’attività trascrizionale totale nelle cellule in crescita comporta la trascrizione del DNA ribosomiale (rDNA) per produrre RNA ribosomiale (rRNA). L’enzima che trascrive il DNA ribosomiale in RNA è l’RNA polimerasi I (Pol I). Pol I monitora anche l’integrità dell’rDNA e influenza la sopravvivenza cellulare (Kakarougkas et al., 2013). Durante la trascrizione, le RNA polimerasi (RNAP) scansionano attivamente il DNA per trovare lesioni voluminose (rotture a doppio filamento) e innescare la loro riparazione. Nelle cellule eucariotiche in crescita, la maggior parte della trascrizione comporta la sintesi dell’RNA ribosomiale da parte di Pol I. Pertanto, Pol I promuove la sopravvivenza in seguito a danni al DNA (Kakarougkas et al., 2013). Molti dei geni sottoregolati identificati da Liu et al. (2021) sono stati collegati al ciclo cellulare, al mantenimento dei telomeri e sia all’apertura del promotore che alla trascrizione di POL I, indicativi di processi di riparazione del DNA compromessi. Uno dei set di geni che sono stati soppressi era dovuto alla “deposizione di nuovo CENPA [proteina centromerica A] contenente nucleosomi al centromero”. Il CENPA di nuova sintesi è depositato nei nucleosomi al centromero durante la tarda telofase/la prima fase G1 del ciclo cellulare. Ciò indica l’arresto del ciclo cellulare nella fase G1 come caratteristica della risposta al vaccino SARS-CoV-2 inattivato. L’arresto di cellule staminali embrionali pluripotenti nella fase G1 (prima dell’inizio della replicazione) comporterebbe un auto-rinnovamento compromesso e il mantenimento della pluripotenza (Choi et al., 2013). Due proteine ​​checkpoint coinvolte in modo cruciale nella riparazione del DNA e nell’immunità adattativa sono BRCA1 e 53BP1, che facilitano sia la ricombinazione omologa (HR) che NHEJ, i due processi di riparazione primari (Zhang e Powell, 2005; Panier e Boulton, 2014). In un esperimento in vitro su cellule umane, è stato specificamente dimostrato che la glicoproteina spike a lunghezza intera SARS-CoV-2 entra nel nucleo e ostacola il reclutamento di queste due proteine ​​​​di riparazione nel sito di una rottura del doppio filamento (Jiang e Mei, 2021). Gli autori hanno riassunto le loro scoperte dicendo: “Meccanicisticamente, abbiamo scoperto che la proteina spike si localizza nel nucleo e inibisce la riparazione del danno al DNA impedendo il reclutamento della proteina chiave di riparazione del DNA BRCA1 e 53BP1 nel sito del danno”. Un altro meccanismo attraverso il quale i vaccini a mRNA potrebbero interferire con la riparazione del DNA è attraverso il miR-148. Questo microRNA ha dimostrato di sottoregolare le risorse umane nella fase G1 del ciclo cellulare (Choi et al., 2014). Come accennato in precedenza in questo documento, questo era uno dei due microRNA trovati negli esosomi rilasciati dalle cellule umane in seguito alla sintesi della glicoproteina spike SARS-CoV-2 negli esperimenti di Mishra e Banerjea (2021).

A proposito di Trombocitopenia autoimmune

I vaccini a mRNA non sono privi di rischi per la VITT (trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino), poiché sono stati pubblicati studi di casi che documentano tali eventi, inclusa la trombosi del seno venoso cerebrale mortale e fatale (vedi conclusioni della prima parte del lavoro in oggetto) (Lee et al., 2021Akiyama et al., 2021Atoui et al., 2022Zakaria et al., 2021). Il meccanismo si ritiene che coinvolga gli anticorpi VITT che si legano al fattore piastrinico 4 (PF4) e formino immunocomplessi che inducono l’attivazione piastrinica. Le successive cascate di coagulazione causano la formazione di microcoaguli diffusi nel cervello, nei polmoni, nel fegato, nelle gambe e altrove, associati a un drastico calo della conta piastrinica (Kelton et al., 2021). La reazione al vaccino è stata descritta come molto simile alla trombocitopenia indotta da eparina (HIT), tranne per il fatto che la somministrazione di eparina non è coinvolta (Cines and Bussel, 2021). È stato dimostrato che i vaccini mRNA suscitano principalmente una risposta immunitaria immunoglobulinica G (IgG), con quantità minori di IgA indotte (Wisnewski et al., 2021) e ancor meno produzione di IgM (Danese et al., 2021). La quantità di anticorpi IgG prodotti è paragonabile alla risposta osservata nei casi gravi di COVID-19. Sono gli anticorpi IgG in complesso con l’eparina che inducono l’HIT. Si può ipotizzare che le IgG complessate con la glicoproteina spike SARS-CoV-2 e PF4 siano il complesso che induce la VITT in risposta ai vaccini a mRNA. È stato infatti dimostrato sperimentalmente che il dominio di legame del recettore (RBD) della proteina spike si lega al PF4 (Passariello et al., 2021).

https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2109908

Il meccanismo alla base di HIT è stato ben studiato, anche attraverso l’uso di modelli murini umanizzati. È interessante notare che le piastrine umane, ma non le piastrine di topo, esprimono il recettore FcγRIIA, che risponde ai complessi PF4/eparina/IgG attraverso una cascata di fosforilazione della tirosina per indurre l’attivazione piastrinica. All’attivazione, le piastrine rilasciano granuli e generano microparticelle procoagulanti. Inoltre assorbono il calcio, attivano la proteina chinasi C, si aggregano in microtrombi e lanciano una cascata di morte cellulare tramite l’attivazione della calpaina. Queste piastrine attivate rilasciano PF4 nello spazio extracellulare, favorendo un circolo vizioso, poiché questo ulteriore PF4 si lega anche all’eparina e all’anticorpo IgG per promuovere ulteriormente l’attivazione piastrinica. Pertanto, FcγRIIA è fondamentale per il processo patologico (Nevzorova et al., 2019).

Studi su topi ingegnerizzati per esprimere il recettore FcγRIIA umano hanno dimostrato che questi topi transgenici sono molto più suscettibili alla trombocitopenia rispetto alle loro controparti wild type (McKenzie et al., 1999). È stato proposto che le piastrine possano svolgere un ruolo importante nella clearance dei complessi antigene-anticorpo intrappolando l’antigene nei trombi e/o trasportandolo nella milza per la rimozione da parte delle cellule immunitarie. Le piastrine vengono ovviamente rapidamente consumate nel processo, il che si traduce quindi in un basso numero di piastrine (trombocitopenia).

Le piastrine normalmente circolano con una vita media di soli cinque-nove giorni, quindi vengono costantemente sintetizzate nel midollo osseo e eliminate nella milza. Le piastrine legate agli anticorpi, dopo l’attivazione piastrinica tramite i recettori Fcγ, migrano verso la milza dove vengono intrappolate e rimosse attraverso la fagocitosi dai macrofagi (Crow e Lazarus, 2003). Completamente un terzo delle piastrine totali del corpo si trovano nella milza. Poiché i vaccini a mRNA vengono trasportati nella milza da cellule immunitarie inizialmente attratte dal sito di iniezione nel muscolo del braccio, esiste un’enorme opportunità per il rilascio di esosomi contenenti spike-glicoproteina da parte delle cellule dendritiche nella milza che sintetizzano la proteina spike. Si può ipotizzare che l’attivazione piastrinica in seguito alla formazione di un complesso proteico P4F/IgG/spike nella milza sia parte del meccanismo che tenta di eliminare la glicoproteina spike tossica.

Abbiamo accennato in precedenza che uno dei due microRNA altamente espressi negli esosomi rilasciati dalle cellule umane esposte alla glicoproteina spike SARS-CoV-2 era miR-148a. È stato dimostrato sperimentalmente che miR-148a sopprime l’espressione di una proteina che svolge un ruolo centrale nella regolazione dell’espressione di FcγRIIA sulle piastrine. Questa proteina, chiamata T-cell ubiquitin ligand-2 (TULA-2), inibisce specificamente l’attività del recettore piastrinico Fcγ. miR-148a prende di mira l’mRNA di TULA-2 e ne riduce l’espressione. Pertanto, miR-148a, presente negli esosomi rilasciati dai macrofagi che sono costretti dal vaccino a sintetizzare la glicoproteina spike SARS-CoV-2, agisce per aumentare il rischio di trombocitopenia in risposta agli immunocomplessi formati dall’antigene della glicoproteina spike e dagli anticorpi IgG prodotti contro la glicoproteina spike.

PPAR-α, sulfatide e malattie del fegato

Come abbiamo già affermato, un esperimento di Mishra e Banerjea (2021) ha dimostrato che la glicoproteina spike SARS-CoV-2 induce il rilascio di esosomi contenenti microRNA che interferiscono specificamente con la sintesi di IRF9. In questa sezione mostreremo che una delle conseguenze della soppressione di IRF9 sarebbe la ridotta sintesi di solfatide nel fegato, mediata dal recettore nucleare attivato dal proliferatore del perossisoma recettore α (PPAR-α).

I solfatidi sono i principali sfingoglicolipidi sierici dei mammiferi che sono sintetizzati e secreti principalmente dal fegato (Lu et al., 2019). Sono gli unici sfingolipidi solfonati nel corpo. I solfatidi sono formati da un processo in due fasi che comporta la conversione della ceramide in galattocerebroside e la sua successiva solfatazione. Il solfatide è espresso sulla superficie delle piastrine, degli eritrociti e dei linfociti. I solfatidi sierici esercitano funzioni sia anticoagulanti che anti-attivazione piastrinica. L’enzima nel fegato che sintetizza il solfatide, cerebroside sulfotransferasi, è stato specificamente trovato essere indotto dall’attivazione di PPAR-α nei topi (Kimura et al., 2012). Pertanto, la ridotta espressione di PPAR-α porta alla carenza di solfatide.

I ligandi PPAR-α mostrano effetti antinfiammatori e antifibrotici, mentre la carenza di PPAR-α porta a steatosi epatica, steatoepatite, steatofibrosi e cancro al fegato (Wang et al., 2020b). Nel 2019, un team di ricercatori in Giappone ha condotto un esperimento su topi con un gene difettoso per PPAR-α (Lu et al., 2019). Questi topi, se nutriti con una dieta ricca di colesterolo, erano suscettibili all’accumulo eccessivo di trigliceridi e all’esacerbazione dell’infiammazione e dello stress ossidativo nel fegato, insieme a livelli aumentati di fattori della coagulazione. I topi hanno anche manifestato livelli ridotti di solfatidi sia nel fegato che nel siero. Gli autori hanno ipotizzato che il sovraccarico di colesterolo eserciti i suoi effetti tossici in parte aumentando la trombosi, a seguito di un metabolismo lipidico epatico anormale e di stress ossidativo. Hanno dimostrato che il PPAR-α può attenuare questi effetti tossici attraverso la regolazione trascrizionale dei fattori della coagulazione e la sovraregolazione della sintesi del solfatide, oltre ai suoi effetti nel migliorare le malattie del fegato. Hanno proposto che terapie come i fibrati volti ad attivare il PPAR-α potrebbero prevenire le malattie cardiovascolari indotte da una dieta ad alto contenuto di colesterolo.

Studi con traccianti hanno dimostrato che l’mRNA dei vaccini a mRNA migra preferenzialmente verso il fegato e la milza, raggiungendo concentrazioni più elevate rispetto a qualsiasi altro organo ( Bahl et al., 2017 ). Pertanto, esiste il potenziale per la soppressione dell’IRF9 nel fegato da parte del vaccino. IRF9 è altamente espresso negli epatociti, dove interagisce con PPAR-α, attivando i geni bersaglio PPAR-α. Uno studio sui topi knockout IRF9 ha mostrato che questi topi hanno sviluppato steatosi e insulino-resistenza epatica se esposti a una dieta ricca di grassi. Al contrario, la sovraespressione epatica di IRF9 mediata da adenovirus nei topi obesi ha migliorato la sensibilità all’insulina e migliorato la steatosi e l’infiammazione ( Wang et al., 2013 ).

Numerosi casi clinici nella letteratura di ricerca descrivono danni al fegato in seguito a vaccini a mRNA ( Zin Tun et al., 2021 ; Dumortiera, 2022 ; Mann et al., 2021 ). Un fattore plausibile che porta a questi risultati è la soppressione del PPAR-α attraverso la downregulation dell’IRF9 e successivamente la diminuzione della sintesi del solfatide nel fegato.

Sindrome di Guillain Barré e sindromi da danno neurologico

La GBS è una neuropatia infiammatoria demielinizzante acuta associata a morbilità di lunga durata e un significativo rischio di mortalità ( Cr é ange, 2000 ). La malattia comporta un attacco autoimmune ai nervi associato al rilascio di citochine pro-infiammatorie.

Il GBS è spesso associato ad autoanticorpi contro il solfatide e altri sfingolipidi ( Ilyas et al., 1991 ). Le cellule T attivate producono citochine in risposta alla presentazione dell’antigene da parte dei macrofagi e queste citochine possono indurre la produzione di autoanticorpi attraverso la diffusione dell’epitopo ( Vanderlugt e Miller, 2002 ). Gli anticorpi, a loro volta, inducono l’attivazione del complemento, che causa demielinizzazione e danno assonale, portando a gravi lesioni ai neuroni periferici ( Kuwahara e Kusunoki, 2018 ). È stato dimostrato che la glicoproteina spike SARS-CoV-2 si lega all’eparan solfato, che è un complesso ammino-zuccherino solfato simile al galattosio solfatato nel solfatide ( Kalra e Kandimalla, 2021). Pertanto, è concepibile che la glicoproteina spike si leghi anche al sulfatide e ciò potrebbe innescare una reazione immunitaria al complesso spike-glicoproteina-sulfatide.

Come descritto nella sezione precedente, la ridotta sintesi di solfatidi nel fegato dovuta alla soppressione dell’IRF9 porterà nel tempo a una carenza sistemica di solfatidi. La carenza di solfatidi può avere un impatto importante sul cervello e sul sistema nervoso. Il 20% dei galattolipidi presenti nella guaina mielinica sono solfatidi. Il solfatide è un componente importante del sistema nervoso, presente in concentrazioni particolarmente elevate nella guaina mielinica sia nel sistema nervoso periferico che in quello centrale. Le carenze di sulfatide possono portare a debolezza muscolare, tremori e atassia ( Honke, 2013 ), che sono sintomi comuni di GBS. La neuroinfiammazione cronica mediata dalla microglia e dagli astrociti nel cervello porta a drammatiche perdite di sulfatide cerebrale e le carenze cerebrali di sulfatide sono una delle principali caratteristiche della malattia di Alzheimer.Qiu et al., 2021 ). I topi con un difetto nella capacità di sintetizzare il solfatide dalla ceramide mostrano una ridotta capacità di mantenere la salute degli assoni mentre invecchiano. Nel corso del tempo, sviluppano guaine mieliniche ridondanti, non compattate e in degenerazione, nonché una struttura deteriorante nei nodi di Ranvier negli assoni, causando la perdita di una giunzione assogliale funzionalmente competente ( Marcus et al., 2006 ).

L’angiotensina II (Ang II), oltre ai suoi profondi effetti sulle malattie cardiovascolari, svolge anche un ruolo nell’infiammazione nel cervello che porta alla malattia neurodegenerativa ( Lanz. et al., 2010 ). La glicoproteina spike SARS-CoV-2 contiene un sito di clivaggio della furina unico non trovato in SARS-CoV, che consente all’enzima extracellulare furin di staccare il segmento S1 della glicoproteina spike e rilasciarlo in circolazione ( Letarov et al., 2021 ) . È stato dimostrato che S1 attraversa la barriera emato-encefalica nei topi ( Rhea et al., 2021). S1 contiene il dominio di legame del recettore che si lega ai recettori ACE2, disabilitandoli. Quando la segnalazione del ricevitore ACE2 è ridotta, la sintesi di Ang II è aumentata. I neuroni nel cervello possiedono recettori ACE2 che sarebbero suscettibili di interruzione da parte di S1 ​​rilasciato da esosomi contenenti spike-glicoproteina o cellule produttrici di spike-glicoproteina che avevano assorbito le nanoparticelle nei vaccini. Ang II migliora la segnalazione mediata da TLR4 nella microglia, inducendo l’attivazione della microglia e aumentando la produzione di specie reattive dell’ossigeno che portano al danno tissutale, all’interno del nucleo paraventricolare nel cervello ( Rodriguez-Perez et al., 2015 ).

Livelli elevati di Ang II sono un fattore causale nella neurodegenerazione del nervo ottico, causando neurite ottica, che può provocare una grave perdita irreversibile della vista ( Guo et al., 2017 ). Numerosi casi clinici hanno descritto casi di neuropatia ottica che compaiono poco dopo la vaccinazione mRNA per COVID-19 ( Maleki, 2021 ; Barone et al., 2021). Poco dopo la vaccinazione compaiono anche altre condizioni neurologiche debilitanti, in cui si sospetta una relazione causale. Un caso di studio con sede in Europa che ha monitorato i sintomi neurologici dopo la vaccinazione COVID-19 ha identificato 21 casi che si sono sviluppati entro una mediana di 11 giorni dopo la vaccinazione. I casi avevano diagnosi diverse tra cui trombosi del seno venoso cerebrale, malattie demielinizzanti del sistema nervoso, neuropatie periferiche infiammatorie, miosite, miastenia, encefalite limbica e arterite a cellule giganti ( Kaulen et al., 2021 ). Khayat-Khoei et al. (2021)descrivono una serie di casi di 7 pazienti, di età compresa tra 24 e 64 anni, che presentano malattia demielinizzante entro 21 giorni dalla prima o dalla seconda vaccinazione con mRNA. Quattro avevano una precedente storia di SM (controllata), mentre tre erano precedentemente sani.

La perdita dell’udito e l’acufene sono anche effetti collaterali ben noti di COVID-19. Un caso di studio ha coinvolto una serie di dieci pazienti COVID-19 che soffrivano di sintomi audiovestibolari come perdita dell’udito, disfunzione vestibolare e tinnito ( Jeong et al., 2021 ). Gli autori hanno dimostrato che il tessuto dell’orecchio interno umano esprime ACE2, furina e la proteasi transmembrana serina 2 (TMPRSS2), che facilita l’ingresso virale. Hanno anche dimostrato che SARS-CoV-2 può infettare specifici tipi di cellule dell’orecchio interno umano.

Un altro studio che ha valutato il potenziale del virus SARS-CoV-2 di infettare l’orecchio ha esaminato specificamente l’espressione del recettore ACE2 e degli enzimi furina e TM-PRSS2 di vari tipi di cellule nell’orecchio medio e interno dei topi. Hanno scoperto che ACE2 e furina erano “diffusamente presenti nella tromba di Eustachio, negli spazi dell’orecchio medio e nella coclea, suggerendo che questi tessuti sono suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2”. ( Uranaka et al., 2021 ). L’acufene è positivamente associato all’ipertensione, che è indotta da livelli elevati di Ang II ( Rodrigues Figueiredo et al., 2016 ).

Il mal di testa è una reazione avversa molto comune ai vaccini mRNA COVID-19, in particolare per le persone che sono già suscettibili al mal di testa. In uno studio basato su un questionario che ha coinvolto 171 partecipanti, l’incidenza del mal di testa è risultata essere del 20,5% dopo il primo vaccino, salendo al 45,6% dopo il secondo colpo (Sekiguchi et al., 2021 ) . Un caso di studio ha descritto una donna di 37 anni che soffriva di un debilitante attacco di emicrania della durata di 11 giorni dopo il secondo vaccino mRNA Pfizer/BioNtech (Consoli et al ., 2021 ).

Gli steroidi sono spesso usati come terapia aggiuntiva per trattare l’emicrania ( Huang et al., 2013 ). Il desametasone e altri steroidi stimolano i recettori PPAR-α nel fegato attraverso il recettore degli steroidi, compensando così gli effetti della soppressione dell’IRF9 ( Lemberger et al., 1994 ). Una teoria per le origini dell’emicrania coinvolge l’elaborazione alterata dell’input sensoriale nel tronco cerebrale, principalmente nei neuroni del trigemino ( Dodick e Silberstein, 2006). Il nervo trigemino si trova in prossimità del nervo vago nel tronco encefalico, quindi gli esosomi che trasportano glicoproteine ​​a punta potrebbero facilmente raggiungerlo lungo la via vagale. La risonanza magnetica ha rivelato che i cambiamenti strutturali nel nervo trigemino che riflettono la microstruttura aberrante e la demielinizzazione sono una caratteristica delle persone che soffrono di frequenti emicranie ( Mungoven et al., 2020 ). Un potenziale fattore legato all’infezione da SARS-CoV-2 o alla vaccinazione con mRNA è un livello eccessivo di Ang II nel tronco encefalico a causa dell’inibizione della glicoproteina spike SARS-CoV-2 dei recettori ACE2. Gli ACE-inibitori e gli antagonisti del recettore Ang II sono diventati farmaci popolari per il trattamento dell’emicrania off-label ( Tronvik et al., 2003 ; Nandha e Singh, 2012). L’emicrania potrebbe quindi derivare sia dall’interruzione dei recettori ACE2 da parte della glicoproteina spike sia dalla distruzione della guaina mielinica che copre i nervi facciali critici attraverso una risposta infiammatoria della microglia e la perdita di sulfatide. La fonte di quella glicoproteina spike potrebbe essere esogena o endogena.

Paralisi di Bell

La paralisi di Bell è una comune neuropatia cranica che causa una paralisi facciale unilaterale. Anche negli studi clinici di fase III, la paralisi di Bell si è distinta, con sette casi comparsi nel braccio di trattamento rispetto a un solo caso nel gruppo placebo ( FDA, 2021a ; FDA, 2021b ). Un caso di studio riportato in letteratura ha coinvolto un uomo di 36 anni che ha sviluppato debolezza al braccio sinistro un giorno dopo la vaccinazione, progredendo in intorpidimento e formicolio al braccio e conseguenti sintomi della paralisi di Bell nei giorni successivi. Una causa comune della paralisi di Bell è la riattivazione dell’infezione da virus herpes simplex centrata attorno al ganglio genicolato ( Eviston et al., 2015 ). Questo, a sua volta, può essere causato dall’interruzione della segnalazione IFN di tipo I.

Miocardite

C’è stata una notevole attenzione da parte dei media dedicata al fatto che i vaccini COVID-19 causano miocardite e pericardite, con un aumento del rischio in particolare per gli uomini di età inferiore ai 50 anni ( Simone et al., 2021 ; Jain et al., 2021 ). È stato dimostrato che la glicoproteina spike SARS-CoV-2 danneggia i periciti cardiaci, che supportano i capillari e i cardiomiociti ( Avolio et al., 2020 ). La miocardite è associata all’attivazione piastrinica, quindi questo potrebbe essere un fattore in gioco nella risposta ai vaccini ( Weikert. et al., 2002 ). Tuttavia, un altro fattore potrebbe essere correlato agli esosomi rilasciati dai macrofagi che hanno assorbito le nanoparticelle di mRNA e i microRNA specifici trovati in quegli esosomi.

Uno studio che ha coinvolto pazienti affetti da grave malattia COVID-19 ha esaminato specificamente l’espressione dei microRNA circolanti rispetto ai pazienti affetti da influenza e ai controlli sani. Un microRNA che è stato costantemente sovraregolato in associazione con COVID-19 era il miR-155 e gli autori hanno suggerito che potrebbe essere un predittore di danno miocardico cronico e infiammazione. Al contrario, l’infezione influenzale non era associata ad una maggiore espressione di miR-155. Hanno concluso: “Il nostro studio ha identificato livelli significativamente alterati di miR [microRNA] associati al cuore nei pazienti con COVID-19, indicando una forte associazione di COVID-19 con disturbi cardiovascolari e rispettivi biomarcatori” ( Garg et al., 2021 ) .

Uno studio che ha confrontato 300 pazienti con malattie cardiovascolari con controlli sani ha mostrato un aumento statisticamente significativo dei livelli circolanti di miR-155 nei pazienti rispetto ai controlli. Inoltre, quelli con arterie più ristrette (secondo un punteggio Gensini) avevano livelli più alti rispetto a quelli con malattia minore ( Qiu e Ma, 2018 ).

È importante sottolineare che gli esosomi svolgono un ruolo nell’infiammazione in associazione con le malattie cardiache. Durante l’infarto del miocardio, il miR-155 è nettamente sovraregolato nei macrofagi nel muscolo cardiaco e rilasciato nell’ambiente extracellulare all’interno degli esosomi. Questi esosomi vengono consegnati ai fibroblasti e il miR-155 sottoregola le proteine ​​​​nei fibroblasti che proteggono dall’infiammazione e promuovono la proliferazione dei fibroblasti. La compromissione risultante porta alla rottura cardiaca ( Wang et al., 2017b ).

Abbiamo già discusso di come il segmento S1 della glicoproteina spike SARS-CoV-2 possa essere scisso dalla furina e rilasciato in circolazione. Si lega ai recettori ACE2 attraverso il suo dominio di legame del recettore (RBD) e questo inibisce la loro funzione. Poiché l’ACE2 degrada l’Ang II, la disattivazione dell’ACE2 porta direttamente alla sovraespressione dell’Ang II, aumentando ulteriormente il rischio di malattie cardiovascolari. La vasocostrizione indotta da AngII è un meccanismo indipendente per indurre un danno miocardico permanente anche quando non è presente un’ostruzione coronarica. Episodi ripetuti di costrizione improvvisa di un’arteria cardiaca dovuti all’Ang II possono alla fine portare a insufficienza cardiaca o morte improvvisa ( Gavras e Gavras, 2002 ). Sono stati descritti casi fatali di vaccinazione COVID-19 ( Choi et al., 2021 ; Verma et al., 2021).

La soppressione di ACE2 era già stata osservata negli studi sul virus SARS-CoV originale. Uno studio autoptico su pazienti che soccombono alla SARS-CoV ha rivelato un ruolo importante per l’inibizione dell’ACE2 nel promuovere il danno cardiaco. L’RNA virale SARS-CoV è stato rilevato nel 35% di 20 campioni di cuore umano sottoposti ad autopsia prelevati da pazienti deceduti. C’è stato un marcato aumento dell’infiltrazione di macrofagi associata a danno miocardico nei pazienti i cui cuori erano stati infettati da SARS-CoV. È importante sottolineare che la presenza di SARS-CoV nel cuore è stata associata a una marcata riduzione dell’espressione della proteina ACE2 ( Oudit et al., 2009 ).

Raccomando la diffusione capillare della (seconda) presente sintesi che potrete trovare in versione integrale direttamente da qui: “Innate immune suppression by SARS-CoV-2 mRNA vaccinations: The role of G-quadruplexes, exosomes, and MicroRNAs

Traduzione e adattamento alla lingua italiana a cura di Davide Suraci. 7 Luglio 2023

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC9012513/

Soppressione immunitaria innata indotta dalle vaccinazioni a mRNA SARS-CoV-2

Stephanie SeneffGreg NighAnthony M. Kyriakopoulos, Peter A. McCullough

Traduzione e adattamento a cura di Davide Suraci

Introduzione

In questo documento, richiamiamo l’attenzione su tre aspetti molto importanti del profilo di sicurezza di queste vaccinazioni. Il primo è la soppressione, ampiamente documentata, dell’immunità innata principalmente attraverso la soppressione dell’IFN-α e la sua cascata di segnalazione associata. Questa soppressione avrà una vasta gamma di conseguenze tra cui, non ultima, la riattivazione di infezioni virali latenti e la ridotta capacità di combattere efficacemente future infezioni. Il secondo è la disregolazione del sistema sia per prevenire che per rilevare la trasformazione maligna geneticamente guidata all’interno delle cellule e il conseguente potenziale per la vaccinazione di promuovere tali trasformazioni. In terzo luogo, la vaccinazione con mRNA interrompe potenzialmente la comunicazione intracellulare effettuata dagli esosomi e induce le cellule che assorbono l’mRNA della glicoproteina spike a produrre alti livelli di esosomi che trasportano la glicoproteina spike, con conseguenze infiammatorie potenzialmente gravi.

Generalità

Le numerose alterazioni dell’mRNA del vaccino nascondono l’mRNA dalle difese cellulari e promuovono un’emivita biologica più lunga e un’elevata produzione di proteina spike. Tuttavia, la risposta immunitaria al vaccino è molto diversa da quella a una vera una vera infezione da SARS-CoV-2. In questo documento, presentiamo le prove che la vaccinazione induce una profonda compromissione della segnalazione dell’interferone di tipo I, che ha diverse conseguenze negative per la salute umana. Le cellule immunitarie che hanno assorbito le nanoparticelle del vaccino rilasciano in circolazione un gran numero di esosomi contenenti proteine ​​​​spike insieme a microRNA (miRNA) critici che inducono una risposta di segnalazione nelle cellule riceventi in siti distanti. Identifichiamo anche potenziali profondi disturbi nel controllo normativo della sintesi proteica e dei sistemi di controllo del cancro. Questi disturbi hanno potenzialmente un nesso causale con la malattia neurodegenerativa, la miocardite, la trombocitopenia immunitaria, la paralisi di Bell, le malattie del fegato, l’immunità adattativa compromessa, la risposta al danno del DNA compromessa e la tumorigenesi. Mostriamo prove dal database VAERS a sostegno della nostra ipotesi. Riteniamo che una valutazione completa del rapporto rischio/beneficio dei vaccini a mRNA li metta in discussione come contributori positivi alla salute pubblica.

Possibili “paths” di induzione di patologie da vaccini a mRNA.

Questo paper riassume l’attuale letteratura sull’mRNA e sui suoi effetti sulla biologia molecolare all’interno delle cellule umane. Riconosciamo che esiste un’ampia gamma di opinioni in questa fase nascente della tecnologia dell’mRNA. Dato il suo diffuso dispiegamento prima del lavoro di base su tanti dei meccanismi di cui discutiamo qui, riteniamo che il nostro lavoro sia importante per fornire un’ampia comprensione delle revisioni presenti e future relative al fiorente lavoro molecolare preclinico svolto in quest’area.

In questo articolo, viene analizzata la letteratura scientifica che suggerisce che la vaccinazione con un vaccino a mRNA avvia una serie di eventi biologici che non solo sono diversi da quelli indotti dall’infezione, ma sono in molti modi dimostrabilmente controproducenti per la competenza immunitaria sia a breve che a lungo termine e normale funzione cellulare. Queste vaccinazioni hanno ora dimostrato di sottoregolare i percorsi critici relativi alla sorveglianza del cancro, al controllo delle infezioni e all’omeostasi cellulare. Introducono nel corpo materiale genetico altamente modificato. Una prestampa ha rivelato una notevole differenza tra le caratteristiche della risposta immunitaria a un’infezione da SARS-CoV-2 rispetto alla risposta immunitaria a un vaccino mRNA contro COVID-19 (Ivanova et al., 2021).

L’analisi dell’espressione genica differenziale delle cellule dendritiche periferiche ha rivelato una drammatica sovraregolazione degli interferoni di tipo I e II (IFN) nei pazienti con COVID-19, ma non nei vaccinati.

Un’osservazione notevole che hanno fatto è stata che c’era un’espansione delle cellule staminali e progenitrici ematopoietiche circolanti (HSPC) nei pazienti COVID-19, ma questa espansione era notevolmente assente dopo la vaccinazione. Anche una sorprendente espansione dei plasmablasti circolanti osservata nei pazienti COVID-19 non è stata osservata nei vaccinati. Tutte queste osservazioni sono coerenti con l’idea che i vaccini anti-COVID-19 sopprimono attivamente la segnalazione IFN di tipo I, come discuteremo di seguito. In questo documento ci concentreremo ampiamente, anche se non esclusivamente, sulla soppressione dell’IFN di tipo I indotta dalla vaccinazione e sulla miriade di effetti a valle che ciò ha sulla relativa cascata di segnalazione.

I vaccini a mRNA prodotti da Pfizer/BioNTech e Moderna sono stati visti come un aspetto essenziale degli sforzi per controllare la diffusione di COVID-19…

I governi sono reticenti a considerare la possibilità che queste “vaccinazioni” a mRNA possano causare danni in modi inaspettati, e soprattutto che tali danni possano persino superare i benefici ottenuti nella protezione da malattie gravi.

È ora chiaro che gli anticorpi indotti dai vaccini svaniscono in appena 3-10 settimane dopo la seconda dose (Shrotri et al., 2021), tanto che alle persone viene consigliato di farsi iniezioni di richiamo a intervalli regolari (Centers for Disease Controllo e prevenzione, 2021b). È anche diventato evidente che varianti in rapida evoluzione come il ceppo Delta e ora Omicron stanno mostrando resistenza agli anticorpi indotti dai vaccini, attraverso mutazioni nella proteina spike (Yahi et al., 2021). Inoltre, è diventato chiaro che i vaccini non prevengono la trasmissione della malattia, ma si può solo affermare che riducano la gravità dei sintomi (Kampf, 2021a). Uno studio che ha confrontato i tassi di vaccinazione con i tassi di infezione da COVID-19 in 68 paesi e 2947 contee negli Stati Uniti all’inizio di settembre 2021, non ha trovato alcuna correlazione tra i due, suggerendo che questi vaccini non proteggono dalla diffusione della malattia (Subramanian e Kumar, 2947). Per quanto riguarda la gravità dei sintomi, anche questo aspetto comincia a essere messo in dubbio, come dimostra un focolaio in un ospedale israeliano che ha portato alla morte di cinque pazienti ospedalieri completamente vaccinati (Shitrit et al., 2021). Allo stesso modo, Brosh-Nissimov et al. (2021) hanno riferito che 34/152 (22%) dei pazienti completamente vaccinati tra 17 ospedali israeliani sono morti di COVID-19.

La crescente evidenza che i vaccini fanno poco per controllare la diffusione della malattia e che la loro efficacia diminuisce nel tempo rende ancora più imperativo valutare il grado in cui i vaccini potrebbero causare danni. Che le vaccinazioni con mRNA della proteina spike modificata da SARS-CoV-2 abbiano impatti biologici è fuori discussione. Qui tentiamo di distinguere quegli impatti da vaccini a mRNA da quelli derivanti dall’infezione naturale e di stabilire un quadro meccanicistico che colleghi quegli impatti biologici unici alle patologie ora associate alla vaccinazione. Riconosciamo che i collegamenti causali tra gli effetti biologici avviati dalla vaccinazione mRNA e gli esiti avversi non sono stati stabiliti nella grande maggioranza dei casi.

Il Ruolo degli IFN di Tipo 1

Gli IFN di tipo I svolgono un ruolo importante nella risposta immunitaria a molteplici fattori di stress. Infatti, hanno goduto di un valore terapeutico clinico come opzione terapeutica per una varietà di malattie e condizioni, tra cui infezioni virali, tumori solidi, disturbi mieloproliferativi, neoplasie ematopoietiche e malattie autoimmuni come la sclerosi multipla (Passegu e Ernst, 2009).

Come gruppo, gli IFN svolgono ruoli estremamente complicati e pleiotropici che sono coordinati e regolati attraverso l’attività della famiglia dei fattori regolatori IFN, o IRF (Kaur e Fang, 2020). IRF9 è più direttamente coinvolto nell’immunità antivirale e antitumorale e nella regolazione genetica (Alsamman e El-Masry, 2018; Huang et al., 2019; Zitvogel et al., 2015).

Strettamente correlate a questo sono le cellule dendritiche plasmacitoidi (pDC), un raro tipo di cellula immunitaria che circola nel sangue ma migra verso gli organi linfoidi periferici durante un’infezione virale. Rispondono a un’infezione virale aumentando nettamente la produzione di IFN di tipo I. L’IFN-α rilasciato nei linfonodi induce le cellule B a differenziarsi in plasmablasti. Successivamente, l’interleuchina-6 (Il-6) induce i plasmablasti ad evolversi in plasmacellule che secernono anticorpi (Jego et al., 2003). Pertanto, gli IFN svolgono un ruolo fondamentale sia nel controllo della proliferazione virale sia nell’induzione della produzione di anticorpi. Centrale sia per l’immunità antivirale che per quella antitumorale, l’IFN-α è prodotto da macrofagi e linfociti quando viene colpito da infezioni virali o batteriche o incontra cellule tumorali (De Andrea et al., 2002). Il suo ruolo come potente terapia antivirale è stato riconosciuto nel trattamento delle complicanze del virus dell’epatite C (Feng et al., 2012), dell’infezione da citomegalovirus (Delannoy et al., 1999), dell’infezione cronica da virus ebola attivo (Sakai et al., 1998 ), malattia infiammatoria intestinale associata a infezione da herpes virus (Ruther et al., 1998) e altri.

Alterazione del Signaling Antitumorale dell’IFN-1

La segnalazione alterata dell’IFN di tipo I è collegata a molti rischi di malattia, in particolare il cancro, poiché la segnalazione dell’IFN di tipo I sopprime la proliferazione sia dei virus che delle cellule tumorali arrestando il ciclo cellulare, in parte attraverso la sovraregolazione di p53, un gene oncosoppressore e varie cicline -inibitori della chinasi dipendenti (Musella et al., 2017; Matsuoka et al., 1998). L’IFN-α induce anche la presentazione dell’antigene di classe 1 di maggiore istocompatibilità (MHC) da parte delle cellule tumorali, facendole riconoscere più facilmente dal sistema di sorveglianza del cancro (Heise et al., 2016; Sundstedt et al., 2008). La gamma di effetti antitumorali avviati dall’espressione di IFN-α è sbalorditiva e si verifica attraverso meccanismi sia diretti che indiretti. Gli effetti diretti includono l’arresto del ciclo cellulare, l’induzione della differenziazione cellulare, l’inizio dell’apoptosi, l’attivazione di natural killer e cellule T CD8+ e altri (Schneider et al., 2014).

“Vaccini” a mRNA Non Conformi al Controllo di Qualità Cellulare

Questo studio (McKernan et al., 2021) ha dimostrato che esiste un significativo arricchimento del contenuto di GC (Guanina e Citosina) negli mRNA dei vaccini (53% in BNT162b2 e 61% in Moderna mRNA-1273) rispetto all’mRNA nativo di SARS-CoV-2 (36%). Il contenuto arricchito di GC degli mRNA è il risultato dell’ottimizzazione del codone eseguita durante lo sviluppo degli mRNA utilizzati nei vaccini SARS-CoV-2, apparentemente senza determinare l’effetto sulle strutture secondarie, in particolare la formazione del quadruplex della guanina (G quadruplex).

Non Ottimizzazione dei Codoni e Produzione di Proteine Aliene

L’ottimizzazione del codone descrive la produzione di polipeptidi e proteine ​​sintetici ottimizzati per il codone utilizzati nelle terapie biotecnologiche (come gli mRNA sintetici utilizzati per la vaccinazione SARS-CoV-2). Le assegnazioni alterate del codone all’interno del modello di mRNA aumentano notevolmente la quantità di polipeptidi e/o proteine ​​prodotte (Mauro e Chappell, 2014). La sostituzione del codone sinonimo comporta anche un cambiamento nei ruoli normativi e strutturali multifunzionali delle proteine ​​risultanti (Shabalina et al., 2013). Per questo motivo, l’ottimizzazione del codone è stata messa in guardia a causa dei suoi conseguenti cambiamenti che causano perturbazioni nella conformazione secondaria dei prodotti proteici con effetti potenzialmente devastanti sulla loro risultante immunogenicità, efficacia e funzione (Zhou et al., 2013; Agashe et al., 2013 ). In particolare, varie malattie umane sono il risultato di polimorfismi nucleotidici sinonimi (McCarthy et al., 2017).

Implicazioni Inquietanti – Compromissione dei Blocchi Protettivi Anticancro

La glicoproteina spike SARS-CoV-2 modifica la produzione di esosomi della cellula ospite. La trasfezione delle cellule con il gene della proteina spike e la successiva produzione della proteina spike SARS-CoV-2 si traduce in quelle cellule che generano esosomi contenenti microRNA che sopprimono la produzione di IRF9 mentre attivano una serie di trascrizioni geniche pro-infiammatorie (Mishra e Banerjea, 2021). Poiché questi vaccini sono specificamente progettati per indurre una produzione elevata e continua di glicoproteine ​​spike SARS-CoV-2, le implicazioni sono inquietanti. Come descritto sopra, l’inibizione di IRF9 sopprimerà TRAIL(Trans-Allegheny Interstate Line) e tutti i suoi effetti regolatori e a valle che inducono l’apoptosi. Ci si dovrebbe anche aspettare che la soppressione dell’IRF9 tramite microRNA esosomiale comprometta gli effetti protettivi contro il cancro dell’attività del gene BRCA2, che dipende da quella molecola per la sua attività come descritto sopra. I tumori associati a BRCA2 includono cancro al seno, alle tube di Falloppio e alle ovaie per le donne, cancro alla prostata e al seno per gli uomini, leucemia mieloide acuta nei bambini e altri (National Cancer Institute, 2021).

Segnalazione apoptotica indotta da TRAIL. TRAIL avvia la morte cellulare legandosi ai recettori della morte proapoptotici DR4 o DR5 che colocalizza i loro domini di morte intracellulare.

È stato anche dimostrato che la vaccinazione sopprime sia IRF7 che STAT2 (Liu et al., 2021). Ci si può aspettare che ciò interferisca con gli effetti protettivi contro il cancro di BRCA1 come descritto sopra. I tumori associati all’attività BRCA1 compromessa comprendono il cancro al seno, all’utero e alle ovaie nelle donne; cancro alla prostata e al seno negli uomini; e un modesto aumento del cancro al pancreas sia per gli uomini che per le donne (rischio di cancro e gene BRCA1, 2021).

Riattivazione della Varicella-Zoster

La segnalazione del recettore IFN di tipo I nelle cellule T CD8+ è fondamentale per la generazione di cellule effettrici e di memoria in risposta a un’infezione virale (Kolumam et al., 2005). Le cellule T CD8+ possono bloccare la riattivazione dell’infezione latente da herpes nei neuroni sensoriali (Liu et al., 2000). Se la segnalazione dell’IFN di tipo I è compromessa, come accade dopo la vaccinazione ma non dopo l’infezione naturale da SARS-CoV-2, anche la capacità delle cellule T CD8+ di tenere sotto controllo l’herpes sarebbe compromessa. Potrebbe essere questo il meccanismo al lavoro in risposta ai vaccini?

Trombocitopenia Immunitaria

La trombocitopenia immunitaria è una malattia autoimmune, in cui il sistema immunitario attacca le piastrine circolanti. La porpora trombocitopenica immunitaria (ITP) è stata associata a diverse vaccinazioni, tra cui morbillo, parotite, rosolia (MMR), epatite A, varicella, difterite, tetano, pertosse (DPT), poliomielite orale e influenza (Perricone et al., 2014). Sebbene vi sia un’ampia consapevolezza che i vaccini basati sul DNA dell’adenovirus possono causare trombocitopenia trombotica immunitaria indotta da vaccino (VITT) (Kelton et al., 2021), i vaccini a mRNA non sono privi di rischi per la VITT, poiché sono stati pubblicati casi di studio che documentano tale eventi, inclusa la trombosi del seno venoso cerebrale mortale e fatale (Lee et al., 2021; Akiyama et al., 2021; Atoui et al., 2022; Zakaria et al., 2021). Si ritiene che il meccanismo coinvolga gli anticorpi VITT che si legano al fattore piastrinico 4 (PF4) e formino immunocomplessi che inducono l’attivazione piastrinica. Le successive cascate di coagulazione causano la formazione di microcoaguli diffusi nel cervello, nei polmoni, nel fegato, nelle gambe e altrove, associati a un drastico calo della conta piastrinica (Kelton et al., 2021). La reazione al vaccino è stata descritta come molto simile alla trombocitopenia indotta da eparina (HIT), tranne per il fatto che la somministrazione di eparina non è coinvolta (Cines e Bussel, 2021). (Fine prima parte)

Raccomando la diffusione capillare della presente sintesi che potrete trovare in versione integrale direttamente da qui: “Innate immune suppression by SARS-CoV-2 mRNA vaccinations: The role of G-quadruplexes, exosomes, and MicroRNAs

Meccanismi della Vaccinazione

Antigeni e sistema linfatico
Meccanismo di azione degli antigeni sul sistema linfatico

Argomento trattato/approfondito anche dall’immunologo Dr. Prof. Giulio Tarro, ecco qui di seguito un estratto di un post del Dr. Flavio Bianchi:

“…Che cos’è una vaccinazione? In cosa consiste, brevemente, il suo meccanismo? Una stimolazione ripetuta ed intensa degli organi linfoidi
Cosa accade? Si introduce un antigene (proteina virale purificata), che provoca l’attivazione del sistema del complemento, che consta in una ventina di proteine circolanti e di membrana, essenziali nel meccanismo di difesa umorale contro gli agenti infettivi
Questo comporta il reclutamento di varie cellule immunocompetenti, monociti, macrofagi, polinucleati, linfociti B e linfociti T

In seguito alla risposta immunitaria si formano anticorpi che si legano all’antigene relativo con formazione di immunocomplessi circolanti

  • Nasce già qui la prima domanda: dove vanno, dove si depositano?
  • Seconda domanda: si conosce la codifica genetica del sistema del complemento di quel bimbo?

Tutti dovrebbero sapere che le proteine del complemento C2 e C4 hanno a che fare con il Lupus, che la C3 con infezioni fatali, che la C5 e la C6 con la meningite e la C1 con l’edema angioneurotico

(Ovviamente è inesistente un qualsiasi screening di cautela)

Inoltre queste proteine purificate da sole sono scarsamente immunogeniche: vuol dire che da sole non bastano ad indurre una risposta immunitaria! Allora che si fa? Si “sporca” il vaccino

Adiuvante di Freund
Adiuvanti a Confronto

Quasi nessuno sa che al fine di avere una risposta immunitaria è necessario un espediente che si chiama Adiuvante di Freund: si mescola la proteina purificata con una emulsione di olio minerale e batteri della tubercolosi uccisi al calore, emulsionati con lanolina

Questo “preparato” induce una reazione di antigene e di anticorpi, e che produce alfa e gamma globuline del siero, tramite cui s’induce una enorme ossidazione dell’intero sistema che è la coordinata principale del terreno canceroso e leucemico

La soppressione di malattie acute aumenta esponenzialmente il rischio di malattie croniche in età adulte. ⚠Clienti per tutta la vita delle case farmaceutiche⚠

I nostri nonni di fronte a morbillo, scarlattina, parotite etc. dicevano: “Lascialo stare che sta crescendo”
Ognuno di noi ha una carta d’identità biologica, un marchio di fabbrica unico immunologicamente, si chiama HLA: è un sistema di riconoscimento per la adattabilità evolutiva di una specie rispetto all’ambiente. Ovvero la possibilità di discriminare la soggettività di un individuo e di verificare la sua predisposizione a determinate malattie (conflitti) e la protezione rispetto ad altre. Ognuno di noi è immune a certe malattie e suscettibile rispetto ad altre. Per esempio coloro che hanno gruppo sanguigno AB codificato dall’HLA, sono immuni al Colera, ed è impossibile che possano ammalarsi di questa malattia, nemmeno per iniezione endovenosa!

L’OMS dice che la tolleranza massima al mercurio è di ➡0,1 mcg. per kg. di peso corporeo⬅

Il Thimerosal che è tiosalicilato di mercurio presente nei vaccini, varia da ⚠120 a 175 mcg.⚠ per ogni singola dose, ben ⚠⚠25 volte superiore al livello di sicurezza⚠⚠ (un bimbo pesa mediamente 5 kg)
Si deposita, per sempre, nelle ossa; ci sono reperti anatomopatologici a conferma. Inoltre è neurotossico e lo si trova nell’amigdala, nell’ippocampo e nel talamo

Nella corteccia si trova invece l’alluminio, presente nei vaccini 376 volte la dose considerata normale (causa encefalopatia). 10 giorni dopo l’inoculazione del vaccino (trivalente, esavalente) abbiamo una caduta della conta linfocitaria in tutti i bambini, una riduzione della capacità fagocitante dei neutrofili e iperproduzione di Ig E

Si forma nel sangue un aggregato di antigeni e proteine del complemento circolanti per tutta la vita. Montinari (genetista e primario, studioso dell’autismo, e presidente dell’associazione Universo Bambino) si batte da una vita perchè ha dimostrato con screening genetico l’alterazione genetica nell’ HLA di tutti i bimbi autistici. L’ HLA è la carta d’identità genetica personale

Inoltre i vaccini per “funzionare” devono essere sporcati tramite l’Adiuvante di Freund, che è una tubercolina lisata con formaldeide. Perché questo è importante? Perché un aggregato con tubercolina passa nel nucleo cellulare e viene riconosciuto dal “self” in quanto nel secondo cromosoma braccio corto abbiamo il codice della tubercolosi. Ma non basta l’avvelenamento, altrimenti, tutti i bimbi sarebbero autistici…

Durante la gravidanza, nella placenta è presente una condizione immunitaria di tipo 2 (il monossido di azoto non viene prodotto), vale a dire che le cellule T nella placenta producono in grande parte citochine del tipo 2.

Perché? Perché se in gravidanza si producessero prevalentemente citochine del tipo 1, avremmo la morte precoce del feto (per rigetto). I vaccini vivi, come l’MPR che genera reazioni acute del tipo 1, vengono catturati dalle cellule dendritiche, ma essendo il sistema tarato sul tipo 2 esso non è più in grado di reagire e i virus insediati all’interno delle cellule vengono congelati, soppressi temporaneamente. Il tipo 1 ci difende dai tumori, oltre che dai virus, e questo è l’inizio del percorso verso la predisposizione alle malattie autoimmuni e al cancro

Con una vaccinazione, soprattutto nei soggetti con gruppo sanguino 0 si ha una iperstimolazione delle cellule dendritiche e delle cellule T citotossiche causando notevoli danni all’organismo: in particolare, i vaccini vivi attenuati hanno la capacità di penetrare le cellule dendritiche e quindi stimolare le cellule T con eccessiva produzione del gas Monossido di Azoto che darà origine a fenomeni infiammatori, come per esempio la Meningite asettica

Inoltre, a causa della memoria immunitaria il sistema, nel corso della vita, di fronte a qualsiasi virus risponderà con una iperstimolazione delle cellule T e diventerà perciò la causa diretta di malattie autoimmuni. Le cellule dendritiche sono geneticamente espresse e sono decisive nel caso dei trapianti. Questo che si chiama MHC (maggior complesso di istocompatibilità) è diverso da persona a persona, tranne che nei gemelli identici. La reazione agli agenti esterni, siano esse tossine, organi trapiantati, vaccinazioni, sono quindi individuali: nessuno avrà la stessa reazione alle sostanze estranee

Per fare alcuni esempi di reazione in rapporto al gruppo sanguigno, il gruppo B ha una maggior reazione di tipo neurotossico, quindi maggior pericolo di danni neurologici soprattutto per la presenza di mercurio ed altri additivi… Il gruppo A è sensibile a livello gastrointestinale e quindi ai vaccini presi per via orale. Si è visto che il gruppo 0, quello più antico dei mangiatori di carne (Cromagnon), ha una forte reazione post vaccinale del tipo 1 (immunità cellulare)

Il gruppo A, quello dei contadini la cui alimentazione era più specializzata verso i cereali, ha una forte reazione di tipo 2, maggior numero di anticorpi e maggior rischio da malattie di tipo allergico. Della differenza dei gruppi non si parla mai, nemmeno quelli che sono contro le vaccinazioni. Perché è importante? Perché sembra che nelle persone con gruppo A l’incidenza dei tumori sia maggiore rispetto a quelli del gruppo 0 e quelle persone del gruppo 0 che ce l’hanno, per esempio al seno la prognosi è migliore rispetto alle persone con gruppo A. Il gruppo 0 sopporta anche meglio la chemioterapia
Per il gruppo AB stessa cosa che per il gruppo A, maggior incidenza di tumori e minor sopportazione della chemio. Cento anni fa solo il 10% della popolazione era affetta da tumori, oggi siamo al 35% ed entro il 2030 saremo al 50%

Stiamo violentando continuamente il nostro sistema immunitario!!
Non ci siamo accorti, ma oggi lo sappiamo, che con le vaccinazioni e gli antibiotici, abbiamo alterato la catena di respirazione mitocondriale, la sede della produzione dell’energia, con una commutazione permanente verso la forma di produzione fermentativa, senza cioè l’utilizzo di ossigeno. Questo non significa altro che una cellula tumorale diventa un parassita cellulare, perché ha bisogno di quantità enormi di glucosio. I geni dei mitocondri non possiedono meccanismi di riparazione, rispetto ai geni protetti all’interno del nucleo della cellula

Questi geni mitocondriali danneggiati, oppure mutati, sono trasmessi solo per via materna alle generazioni successive. Fra tre generazioni il numero dei geni danneggiati sarà superiore ai geni intatti. La risposta è una sola: “o cambiamo… o muoriamo”

Nota di redazione (a cura di Luana DiEmme): “…Inoltre, a causa della memoria immunitaria alterata dalla profilassi vaccinale, durante il corso della vita il sistema immunitario – di fronte a qualsiasi virus (e/o batterio patogeno e/o “disbiotico”) – risponderà con una iperstimolazione delle cellule T e diverrà perciò la causa diretta d’innesco di patologie autoimmuni⬅…”

 

Vaccino Antitetanico e Sindrome Antifosfolipidi

Il vaccino antitetanico (nomi commerciali: in Italia, tutti quelli per l’infanzia e per gli adulti che lo contengono in forma di tossoide) è continuo oggetto di legittimo sospetto per essere la causa della Sindrome Antifofsolipidica, patologia autoimmune correlata anche con la somministrazione del tossoide tetanico contenuto in tutti i vaccini polivalenti commercializzati in Italia e nel resto del mondo.

Lo studio sul tossoide tetanico realizzato di recente (Antiphospholipid Syndrome and Vaccines) da Miri Blank e Paola Cruz-Tapias, pubblicato verso la fine del 2015 su “Vaccines and Autoimmunity“, capitolo 15, pagg. 141-145, riporta in modo chiaro ed inequivocabile come – secondo gli autori – i vaccini in generale e il vaccino antitetanico in particolare, possano scatenare in soggetti predisposti la Sindrome Antifofsolipidica.

Sindrome Antifosfolipidi
Sindrome Antifosfolipidi

Nello screenshot ZERO viene evidenziato come “…ma vi sono prove che la APS è una di quelle condizioni autoimmuni che possono essere indotte da infezioni e possono essere correlate alla vaccinazione (Cruz-Tapias et al., 2012)…” Più sotto, (screenshot UNO) si legge che “…il vaccino può indurre la produzione di anticorpi contro il tossoide, che può reagire con altri autoantigeni…” (ciò significa che il tossoide può essere coinvolto nell’interazione con altri antigeni prodotti dal sistema immunitario del ricevente)…

Sindrome Antifosfolipidi
Sindrome Antifosfolipidi

 

Nello screenshot DUE (qui sotto) vengono citati due casi, pubblicati su “The Lancet” da Topologu et al., 1992 in cui vengono segnalate reazioni quali neurite ottica, mielite acuta ed encefalomielite acuta con evidenziazione della prova tramite “liquor pleocitosico” ed un aumentato titolo proteico 10 giorni dopo la somministrazione della profilassi antitetanica…

Sindrome Antifosfolipidi
Sindrome Antifosfolipidi

 

E, adesso, nello screenshot TRE, si possono leggere le conclusioni, molto chiare, di Miri Blank e Paola Cruz-Tapias:

Sindrome Antifosfolipidi
Sindrome Antifosfolipidi

 

“……Tutte le prove indicano l’associazione tra diversi vaccini e la cosìddetta APS (sindome antifosfolipidi). La mimica molecolare è stata proposta come uno dei meccanismi attraverso i quali le APS sperimentali possono verificarsi in associazione con agenti patogeni. La similarità di sequenza tra proteine estranee (cioè TTd) e le autoproteine sono sufficienti per innescare una perdita di tolleranza immunitaria, sia per mimetismo molecolare o da meccanismi tipo l'”effetto del vicino”, causando la formazione di autoanticorpi patogeni correlati alla APS…..”

 

“……In particolare, i modelli animali resi transgenici per una alterazione non-autoimmune-correlata (ad esempio una mutazione del fattore V° di Leiden) mostrano una maggiore suscettibilità nello sviluppo di una condizione autoimmune acquisita a seguito della soministrazione di un adiuvante (ad esempio sindrome antifosfolipidi), suggerendo che delle alterazioni genetiche, anche se prive di un sistema di regolazione immunitaria, possono causare autoimmunità non appena interagiscono con un agente scatenante……”

 

“……In alcuni casi gli anticorpi (anticorpi antifosfolipidi principalmente) si mostravano a livelli elevati anche 6 mesi dopo la vaccinazione…..”

 

Mimeticità molecolare
Mimeticità molecolare

Del fisiologismo di innesco della Sindrome Antifosfolipidi, tuttavia, ne è stata dimostrata l’esistenza anche per altri tipi di vaccini: la Sindrome Antifosfolipidi post-vaccinale per l’epatite da virus B. Sono stati trovati dei livelli altissimi di autoanticorpi diretti verso fosfolipidi circolanti (cardiolipina, β2GPI) e gli anticoagulanti per il Lupus sono stati identificati nel siero del virus dell’epatite B (HBV)  pazienti  APS – infettati (Huh et al., 2011).

APS post-influenzale e vaccinazione anti-influenzale – Rari casi di Sindrome Antifosfolipidi sono stati riportati in manifestazioni cliniche, quali un paziente che presenta ictus ischemico 4 giorni dopo la vaccinazione antinfluenzale, associata con Sindrome Antifosfolipidi per il lupus (Vainer-Mossel et al., 2009).